Crea sito

Il don profeta di Marco Biagi

«Sei un capitalista, un cristiano-borghese. E questo non va bene perché un cristiano deve sempre e comunque stare dalla parte dei poveri e dei disperati». Parole pesanti quelle di don Tullio Contiero, uno dei preti scomodi della diocesi di Bologna, dette negli anni in cui la domenica era solito andare a pranzo a casa di Marco Biagi di cui era il direttore spirituale e, in qualche modo, il profeta. E proprio il giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse era il destinatario della filippica. Anche se poi era lo stesso sacerdote a ricordare che «Biagi rideva e aveva ragione, perché stava comunque con i più deboli, era uno di sinistra, anche se non così deciso come me». Una strana coppia, dunque. Ma solo in apparenza. «Marco – spiega monsignor Fiorenzo Facchini, da sempre amico di famiglia – conosceva don Contiero perché era stato suo professore di religione al liceo Galvani. E incontrò la futura moglie Marina in occasione di uno dei tanti viaggi in Africa che don Contiero organizzava durante l’estate per gli universitari. Il sacerdote ha anche celebrato il loro matrimonio. Ed era amico dei figli Lorenzo e Francesco. Anche durante la malattia lo andavano a prendere perché pranzasse con loro. L’attenzione ai problemi dei giovani che Marco dimostrò con le sue proposte poteva venire anche dalla conoscenza diretta di tante situazioni con cui veniva a contatto frequentando il Centro studi Donati fondato negli anni ’70 da don Tullio». Al sacerdote rivoluzionario e alla sua incredibile “historia” è dedicato il recente volume Sulle strade dell’utopia. Vita e scritti di Tullio Contiero di Pier Maria Mazzola (Emi, pagine 156, euro 12).
Don Contiero (1929-2006), nativo di Vallonga in provincia di Padova, entra come “fratello” nell’istituto dei Marianisti. Laureatosi in filosofia e assistente all’Antonianum di Roma, nella capitale si dedica all’animazione sociale nelle borgate. Incontra il cardinale Giacomo Lercaro, che lo invita a Bologna perché si occupi, da cappellano, del mondo universitario. E lo ordina sacerdote nel 1963, in pieno Concilio Vaticano II. Seguendo il sacerdote Biagi era andato a Firenze all’indomani dell’alluvione del 1966, “angelo del fango” insieme ad altre decine di liceali bolognesi. Lo frequentava dunque già da tempo quando, universitario non ancora ventiduenne, nel 1972 si iscrisse al viaggio che ogni anno il prete organizzava per portare un gruppo di ragazzi in Africa. Marco era diverso dagli altri. Era già molto interessato alle scienze sociali. E alla ricerca di soluzioni pratiche ai problemi.
Negli ultimi giorni del viaggio, a Kampala, invece di andare in giro con gli altri si chiuse nello studio della direttrice del centro a scrivere tre lunghissimi articoli sull’esperienza di socialismo africano tentata da Nyerere in Tanzania, i villaggi comunitari detti ujamaa.
Tra le pagine più intense del volume quelle che raccontano la disperazione dell’anziano prete alla notizia dell’assassinio del suo grande amico, nel 2002. «Perché hanno ucciso uno come lui? Io una risposta non ce l’ho. Lo hanno ucciso forse per una ragione politica e pensare che io lo sgridavo perché, secondo me, in politica non si impegnava abbastanza, come dovrebbe fare ogni cristiano. Era un professionista, un tecnico, ma non aveva certo scordato gli anni in cui era volontario in Africa, assieme a Marina». E il ricordo ritorna ancora a quel viaggio: «Quaranta e più giorni vissuti nelle missioni, a visitare ospedali e lebbrosari. Una “vacanza” che serve ad aprire gli occhi sui disastri economici e culturali commessi dai nostri modelli di consumismo nei paesi del Terzo mondo. Marco veniva in Africa perché, come gli altri, sentiva dentro la voglia di cambiare il mondo. Lui e Marina erano pieni di vita, entusiasti».
Nel libro don Contiero ricorda anche la sua ultima domenica in via Valdonica. «Della scorta che non c’era più, e dei suoi timori, Marco non mi ha mai parlato, nemmeno durante l’ultimo pranzo. A tavola c’erano anche i ragazzi, come poteva farlo? Io, lui e Marina parlavamo soprattutto dei fatti avvenuti in settimana: la politica, la cronaca. Il governo non gli piaceva tanto, ma lui diceva: “Sono un professionista e cerco di fare le cose nel modo migliore”. Gli dicevo: devi tornare in Africa, come faccio io appena posso. Sono viaggi che ti svegliano, ti scuotono. Il cristiano deve cambiare il mondo e combattere l’ingiustizia. Lo dicono il Vangelo, la Populorum progressio e la Pacem in terris». Ma adesso – concludeva – «sono soltanto pieno di dolore. fra me e lui, il rivoluzionario ero io e gli dicevo di impegnarsi di più. Marco Biagi che viene ammazzato dalle Brigate rosse. Come posso farmene una ragione?».

 

Stefano Andrini / avvenire.it