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Il divario nei prezzi tra Nord e Sud Si sente nel portafoglio, si sente nella crescita

LUIGI CAMPIGLIO

Il costo del vivere al Nord è maggiore rispetto al Sud: questa affermazione è da molti anni al centro di un vivace dibattito e l’indagine dell’Istat sui comuni capoluogo resa nota ieri consente di confermarla in modo oggettivo, spostando in modo più costruttivo il dibattito sulle ragioni di tale divario. Le città nelle quali il livello dei prezzi è più elevato sono Bolzano, Bologna e Milano mentre quelle nelle quali è invece più basso sono Napoli, Campobasso e Potenza: questi risultati indicano che il differente livello dei prezzi rispecchia il divario economico fra Nord e Sud e quindi l’analogo divario nel livello del prodotto pro-capite. L’attuale indagine non consente di misurare il differenziale associato al divario del livello dei prezzi fra città e campagna, tuttavia occorre considerare che esiste una ‘campagna’ sia intorno a Milano che intorno a Napoli: è plausibile pensare che nella cintura larga di Milano il costo della vita sia in media più basso, non diversamente da quanto avviene per la cintura larga di Napoli. Il fatto che il livello dei prezzi aumenti all’aumentare del prodotto pro-capite è un dato riconosciuto nel confronto fra Paesi e rappresenta la molla potente che sottende ai flussi migratori. L’immigrato straniero in Italia che lavora e guadagna in euro affronta il sacrificio di lasciare la sua famiglia nel suo Paese di origine perché il piccolo risparmio che riesce a realizzare in euro, una volta trasmesso ‘in patria’, diventa un multiplo elevato di potere di acquisto di beni per la sua famiglia, dove il livello dei prezzi è molto più basso. In questo caso il divario del livello dei prezzi fra Paesi è un fattore di convergenza economica. Da pochi anni si riconosce che lo stesso meccanismo è all’opera anche all’interno di una medesima nazione: la differenza è che i divari interni del costo della vita contengono non solo fattori di convergenza, ma anche potenziali fattori di divergenza. A parità di salari nominali fra Nord e Sud, un più alto livello di prezzi al Nord comporta un livello più basso di salario reale, mentre a parità di salario reale fra Nord e Sud i salari nominali al Sud diventano invece più bassi. Questo è proprio quanto accade nel settore pubblico e in parte del settore privato al Sud, e che al tempo stesso si accompagna a salari nominali più bassi nelle piccole imprese e nel sommerso. Sulla base di queste premesse ci si deve attendere che la disuguaglianza nella distribuzione del reddito sia più elevata all’interno del Sud rispetto all’interno del Nord e ciò è quanto in effetti accade. Al più basso livello di prezzi può corrispondere una minore qualità del vivere, ad esempio per servizi pubblici come sanità o trasporti, sia perché le risorse sono inadeguate sia perché – anche se adeguate – sono utilizzate in modo non efficiente. L’individuazione dei costi standard regionali non è esente da questi problemi. Ci possiamo altresì domandare se valga anche la relazione opposta, se cioè il livello e la crescita del prodotto pro-capite dipenda dal livello dei prezzi. La risposta, affermativa, emerge se isoliamo i costi legati all’abitazione, per i quali è massima la variabilità territoriale e il livello massimo viene registrato a Roma. Questa situazione non favorisce certo la mobilità e l’efficienza necessaria al Paese e per questo una politica che favorisca la riduzione dei prezzi delle abitazioni appare indispensabile. L’Istat potrebbe aiutare con statistiche ancora più accurate sui prezzi. Anche l’aumento del prodotto pro-capite dipende dal livello dei prezzi. E così alla fine s’allargano le differenze nel Paese

avvenire 8 luglio 2010