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Il Chievo di Thereau Fede, gol e pallone del francese atipico

Nella quiete di Veronello, il “francese del sud” (è nato a Privas) Cyril Thereau, vola basso, ma pensa dall’alto del suo metro e novanta, tenendo conto della cresta sparata alla Lucchetta. Quel gran genio del suo amico e compagno di squadra, l’americano Michael Bradley, ha appena messo ko la Nazionale di Prandelli, quindi perché non immaginare per stasera, un blitz vincente del piccolo-grande Chievo allo Juventus Stadium? «Sarebbe “bellissimò” – francesizza lui -. Ma forse è meglio pensare che con altri 8-9 punti saremo salvi…». In effetti i bianconeri di Conte, in 24 partite fin qui disputate non hanno mai perso (unici in Europa). Thereau invece, l’unica maglia bianconera che ha indossato in 28 anni, è stata quella dello Charleroi, nella Serie A belga e dove è ritornato, dopo la parentesi alla Steaua Bucarest, per poi planare a Verona.

Un decollo lento, ma al secondo anno al Chievo, finalmente ecco il vero Thereau, spiccare il volo.
«Il mio procuratore mi aveva avvertito. “La Serie A è dura Cyril. Perfino Platini ha faticato alla prima stagione alla Juve e se ti metteranno in panchina alle prime giornate, non prendertela”. Amo il cinema e allora dico che è stato come assistere a un brutto film già visto, ma ora, grazie all’invenzione del mister, sto cambiando la trama in corsa».

E quale sarebbe stata “l’invenzione” di Mimmo Di Carlo?
«Nasco attaccante e ho proseguito su quella strada, ma Di Carlo ha capito che avrei reso molto di più da trequartista… Questo ora è il mio ruolo e ho un solo rimpianto: se avessi iniziato a giocare in questa posizione a vent’anni…».

Finisca Cyril, stava per dire: magari avrei potuto rispondere alla convocazione del ct Blanc?
«Non esageriamo. Certo i giornali francesi quando ho segnato quei sei gol (5 in campionato e quello vincente contro l’Udinese in Coppa Italia) hanno cominciato a scrivere belle cose sul mio conto, ma è inutile farsi illusioni, se non giochi in un top club, nella Francia non ti fanno entrare».

Lo dice con un pizzico di frustrazione…
«Niente affatto, oggi finalmente sono un uomo sereno e in questa splendida Verona, non solo ho capito come stare in campo, ma come vivere bene la mia vita. Soprattutto come essere un buon padre per il mio piccolo Solal che sta con la mamma in Belgio e ogni due settimane volo a trovarlo».

Bello Solal, in ebraico significa “colui che si apre un varco”. Ma è anche il nome del nipotino del presidente Sarkozy, per caso è un suo elettore?
«No… E questa volta alle presidenziali voterò scheda bianca. Mi interessa molto la politica, ma non mi piacciono quei politici, ormai la maggioranza in ogni Paese, che agiscono nell’interesse di pochi potenti, affamando sempre di più il popolo».

Da trequartista, ha tracciato il ritratto perfetto della crisi globale.
«Noi calciatori siamo dei privilegiati e questa crisi economica ci ha solo sfiorati, ma ho amici che fanno altri mestieri o colleghi che giocano in Francia in categorie minori che fanno fatica ad arrivare a fine mese. E questo in una società civile lo trovo inaccettabile».

Grinta e classe in campo, idee chiare e forti fuori, dove trova tutta questa energia?
«In Dio. Dopo anni un po’ bui, mi sono riavvicinato alla fede. Vado sempre a messa in una piccola chiesa vicino a Piazza delle Erbe, mi piace quando c’è poca gente, così posso pregare e starmene in un angolo, in silenzio. Da quando ho riscoperto il valore del cristianesimo mi sento una persona migliore e sono convinto che questo si riflette anche nel mio modo di giocare».

A chi si è ispirato per diventare un calciatore professionista?
«Premetto che io avrei tranquillamente fatto l’idraulico, come mio padre… Comunque il mio “faro” è sempre stato Zidane: non solo ha reso la Francia una Nazionale forte e rispettata in tutto il mondo, ma ha fatto capire ai francesi il profondo valore di vivere e fare sport in una società multietnica».

Una frangia estrema del tifo veronese, sponda Hellas, si è distinta spesso per episodi di “razzismo”, è un problema che ha mai affrontato?
«Purtroppo sì. L’anno scorso il mio compagno Fernandes (ora all’Udinese) sui muri di casa trovò delle scritte razziste con la croce celtica, a firma degli ultrà dell’Hellas. Il razzismo negli stadi è una brutta piaga e dobbiamo dire grazie a campioni che sono impegnati in prima linea, come Thuram, se lentamente le cose stanno migliorando».

Il maggior problema del calcio italiano dicono siano gli arbitri. La Juventus fino a sette giorni fa si lamentava per i rigori non dati…
«Qui in Italia ho capito subito che quando giochi contro una “grande”, il 99% dei falli vengono sempre fischiati a loro favore. La chiamate sudditanza psicologica vero?»

Esatto. E il gesto di Buffon come lo definirebbe invece?
«Naturale. Buffon ha detto quello che pensiamo un po’ tutti. Il fairplay è una bellissima cosa, ma trovatemi un “pazzo” che metterebbe a repentaglio uno scudetto per dire all’arbitro che quello di Muntari era gol? Sono cose che succedono in tutti i campi: la mia Francia è andata ai Mondiali del 2010 eliminando l’Irlanda con un gol di mano di Henry…».

Ma scusi, un francese così atipico e così critico con la Francia per chi fa il tifo?
«Per il Marsiglia, da ragazzino ero abbonato al Velodrome e lo seguivo anche in trasferta. Il 13 marzo sarò a San Siro a tifare i ragazzi di Deschamps per il ritorno con l’Inter. Chi passa agli ottavi? Stavolta ci sarà anche Loïc Remy, è un campione, e con lui in campo il Marsiglia vincerà ancora».

Massimiliano Castellani / avvenire.it