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Il cardinale Carlo Maria Martini e la dimensione contemplativa dell’esistenza

di Angelo Scola

Celebrare l’Eucaristia nel primo anniversario della dipartita dell’arcivescovo Carlo Maria è un’occasione privilegiata per rendere grazie a Dio del bene compiuto nel suo ministero episcopale. Il suo sguardo appassionato per tutti gli uomini continua ad accendere la speranza “che non delude” (Romani, 5, 5). Non delude perché proviene dall’amore stesso di Dio che gratuitamente si riversa nei nostri cuori. Non viene meno neppure quando siamo “deboli”, “peccatori” e “nemici” (cfr. Romani, 5, 6-10). L’arcivescovo Carlo Maria fu indomito portatore di questa “speranza affidabile” (Spe salvi, 1 e 2) che deriva dalla fede incrollabile nella Risurrezione di Gesù. Fra le pagine che il cardinale ha dedicato alla morte e alla risurrezione ve n’è una assai penetrante che narra della straordinaria modalità con cui Gesù appare, risorto, ai suoi. Reincontrando la Maddalena, i discepoli di Emmaus, Pietro sul lago di Tiberiade, Gesù, che avrebbe potuto rimproverarli perché, presi dalla paura, l’avevano in vario modo abbandonato, invece “non giudica il comportamento che hanno avuto, non critica, non condanna, non rinfaccia i ricordi dolorosi della loro debolezza, ma conforta e consola” (Carlo Maria Martini, La trasformazione di Cristo e del cristiano alla luce del Tabor. Esercizi spirituali, Milano, Bur-Rizzoli, 2004, pag. 166). Consola perché non approfitta “dell’umiliazione altrui per schernire, schiacciare, mettere da parte, ma riabilita, ridà coraggio, ridà responsabilità” (ibidem, pag. 167). Con la luce della sua risurrezione li inoltra, in pienezza di verità, sulla strada di una responsabile novità.
Significativamente l’arcivescovo Carlo Maria ha dedicato la sua prima lettera pastorale alla preghiera contemplativa. In essa egli definisce l’uomo in questi termini: “Aperto al mistero, paradossale promontorio sporgente sull’Assoluto, essere eccentrico e insoddisfatto” (La dimensione contemplativa della vita, i). Apertura, sporgenza, eccentricità, insoddisfazione: non sono tutte categorie appropriate per descrivere la tensione positiva alla vita e alla vita “per sempre” che inquieta il cuore in ogni uomo rendendolo consapevole di non essere lontano da nessun altro uomo? Non esistono domande autentiche di un uomo che non siano di tutti gli uomini; le “periferie esistenziali” – per usare l’espressione di Papa Francesco – sono innanzitutto i confini della stessa esperienza di ciascuno di noi. La dimensione contemplativa dell’esistenza restituisce l’uomo a se stesso, affermava l’allora arcivescovo di Milano in quella prima lettera pastorale. Questo insegnamento riletto ora, alla fine del suo pellegrinaggio terreno, esprime bene il centro della sua personalità, della sua testimonianza di vita, della sua azione pastorale, della sua passione civile, dell’indomito tentativo di indagare gli interrogativi brucianti dell’uomo di oggi. Per questo la ricca complessità della sua persona e del suo insegnamento continuano a interrogare uomini e donne di ogni condizione. La dimensione contemplativa della vita del cardinal Martini rappresenta l’antefatto, l’orizzonte, il precedente di tutta la sua riflessione e di tutta la sua azione. Ciò che è stato e che viene detto e scritto sulla sua figura, sul suo pensiero e sulla sua opera diventerebbe facilmente unilaterale se non venisse collocato in questa unificante prospettiva.

(©L’Osservatore Romano 1 settembre 2013)