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Il caos siriano ora contagia il Libano

A Tripoli, nel Libano settentrionale, nella notte sono morte almeno dieci persone, mentre sono oltre un centinaio quelle rimaste ferite questa settimana. Da lunedì sono ripresi i combattimenti tra il quartiere sunnita di Bab al-Tabbaneh e quello alauita di Jebel Mohsen.
Le aperture siriane di ieri a un possibile negoziato, che preveda anche l’uscita di Bashar Assad, sono di nuovo inghiottite dalla battaglia che infuria a nel paese mediorientale e rischia di trascinare nel conflitto anche il vicino Libano.

Carri armati dell’esercito siriano hanno aperto il fuoco stamane A di Damasco uccidendo secondo alcune fonti oltre 40 persone. L’operazione, sostenuta anche da raid aerei, ha avuto come obiettivi le zone di Kfar Souseh, Daraya, Qadam e Nahr Aisheh in prossimità della capitale. Tra le vittime anche un giornalista siriano legato alle forze dell’opposizione.

A Tripoli, nel Libano settentrionale, nella notte sono morte almeno dieci persone, mentre sono oltre un centinaio quelle rimaste ferite questa settimana. Da lunedì sono ripresi i combattimenti tra il quartiere sunnita di Bab al-Tabbaneh e quello alauita di Jebel Mohsen. Nella notte sono state udite forti esplosioni e colpi di arma da fuoco.

Già all’inizio di giugno, nella seconda città del Paese dei Cedri 15 persone erano state uccise negli scontri tra sunniti e alauiti. Tra le vittime dei giorni scorsi c’è anche Rustam Gelayev, figlio 24enne del signore della guerra ceceno Ruslan, ucciso nel 2004 in uno scontro con i russi nel Daghestan.

Parigi ha fatto sapere che sta fornendo ai ribelli siriani aiuti militari. Si tratta, ha precisato il primo ministro Jean-Marc Ayrault, di “mezzi non letali, strumenti di comunicazione e di difesa”. Intervistato dal canale radiofonico Bfmtv-Rmc, Ayrault ha affermato che quella di Parigi è stata una risposta alle “richieste del Consiglio nazionale siriano”, il cui presidente è stato nei giorni scorsi nella capitale francese, ma ha voluto sottolineare che la Francia non farà come l’America di George W. Bush quando attaccò Iraq senza l’avallo dell’Onu. “Quello per noi resta un esempio”, ha spiegato il primo ministro, “ci opponemmo e abbiamo avuto ragione. Finì tutto nel caos”.

A Damasco funziona, ormai, un’economia di guerra. Un nuovo accordo con la Russia le consentirà di assicurarsi i prodotti petroliferi necessari ad alimentare l’apparato militare. Lo scorso 3 agosto era stato rivelato il raggiungimento di un accordo di scambio “greggio per prodotti petroliferi”. Un altro filone di negoziati tra i due paesi sta inoltre trattando la possibilità di aiuti e prestiti economici.

avvenire.it