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Idee. Perché l’educazione civica è un laboratorio di futuro

Un dibattito che parte dalla Costituzione. I saggi di Caligiuri e Corradini-Mari raccontano l’iter irto di ostacoli, con qualche dato sorprendente: dal ruolo di Moro alle buone pratiche a scuola

Enrico De Nicola firma la Costituzione Italiana il 27 dicembre 1947. Alla sua destra Alcide De Gasperi, a sinistra Umberto Terracini

Enrico De Nicola firma la Costituzione Italiana il 27 dicembre 1947. Alla sua destra Alcide De Gasperi, a sinistra Umberto Terracini

Doveva essere la grande novità di questo anno scolastico, ma per una svista burocratica (il ritardo di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale) il suo ritorno tra le materie di studio slitta all’anno prossimo. Si tratta dell’insegnamento di educazione civica. Un rapporto – quello tra educazione civica e scuola – che ha vissuto alti (pochi) e bassi (molti) in questi quasi 71 anni di vita della nostra Costituzione e di 73 della Repubblica. Il primo atto formale compiuto per introdurre l’educazione civica nella scuola arriverà solo 10 anni dopo l’entrata in vigore della Carta avvenuta il 1° gennaio 1948 e ha come protagonista uno degli uomini politici che ha segnato la politica italiana del secondo dopoguerra: Aldo Moro. Fu proprio lui, come ministro della Pubblica Istruzione, a promuovere il decreto presidenziale 585 del 13 giugno 1958 che introdusse la materia in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Un atto che tra l’altro diede compimento a un ordine del giorno dell’11 dicembre 1947, in fase proprio di approvazione della Costituzione, in cui si chiedeva che ‘la nuova Carta costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico elle scuole di ogni ordine e grado, al fine di rendere consapevole la giovane generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sacro retaggio del popolo italiano’. Primo firmatario fu proprio Aldo Moro. Se il 1958 fu il punto più alto del rapporto educazione civicascuola, dieci anni dopo si vivrà forse quello più basso con la contestazione giovanile che non terrà mai in considerazione questa materia come punto fondamentale su cui basare le rivendicazioni. Iniziò allora un percorso “carsico” per questo insegnamento con qualche riemersione (ad esempio nel 1979 con il ministro Mario Pedini che la rese obbligatoria solo nella classe terza delle medie inferiori) subito seguita da una sostanziale scomparsa “annegando” all’interno di altri insegnamenti. Fino al 2003 quando il ministro Letizia Moratti la ripropose col nome di “Convivenza civile”, punto dal quale si è ripartiti per giungere fino alla legge 92 del 20 agosto 2019 che ripristina l’educazione civica come materia. Dunque un cammino lungo e tortuoso, che due libri di recente pubblicazione possono aiutare a ripercorrere, anche con qualche dato sorprendente e poco noto.

Il primo è scritto dal professore Mario Caligiuri, ordinario di Pedagogia della comunicazione all’Università della Calabria, che pone la propria attenzione sul punto più alto di questo rapporto educazione civica-scuola. In Aldo Moro e l’educazione civica. L’attualità di un’intuizione (Rubbettino, pagine 100, euro 10,00), Caligiuri racconta non solo il contesto politico e sociale in cui questo insegnamento viene alla luce, ma anche quello pedagogico, nel quale si confrontano le differenti ideologie (cattolica, laica-liberale e marxista) con la loro i- dea di scuola. Posizioni spesso lontane, ma che, spiega il professore Caligiuri «avevano in comune una notevole ispirazione umanistica in cui l’alunno era al centro del processo educativo, considerando la scuola come un crogiulo di vita». In definitiva «l’approccio condiviso dai tre orientamenti ideologici consisteva nel costuire la nuova Italia attraverso l’educazione popolare e l’alfabetizzazione sociale». E in questo l’educazione civica rientrava a pieno. È in questo contesto che arriva il decreto di Moro, che al proprio interno puntualizza, ricorda Caligiuri, «che il fondamento dell’educazione civica è di fornire la consapevolezza che la dignità, la libertà, la sicurezza non sono beni gratuiti come l’aria, ma conquistati». Eppure nonostante questo,come abbiamo detto, «né la contestazione giovanile del ’68, né i decreti delegati del 1974 in cui si introdussero organismi di partecipazione, tennero in considerazione l’educazione Eppure non mancarono uomini di scuola “profetici”, come ricorda l’autore del primo saggio citato. Accanto alle dure parole di don Lorenzo Milani nella sua Lettera a una professoressa, in cui accusa gli insegnanti che non fanno educazione civica di «avere in onore più la grammatica che la Costituzione», Caligiuri ricorda che la spinta al decreto arrivò nel 1957 da un convegno nazionale dell’Uciim (Unione dei docenti cattolici italiani) che pose a tema proprio «l’insegnamento della Costituzione e dell’educazione civica dei giovani». Proprio dal mondo Uciim – di cui è stato per moltissimi anni presidente nazionale – arriva il professor Luciano Corradini, tornato ancora una volta a scrivere di questo tema, che ha già affrontato in altri libri. L’ultima sua fatica in ordine di tempo si intitola Educazione alla cittadinanza e insegnamento della Costituzione (a cura di Luciano Corradini e Giuseppe Mari, Vita e Pensiero, pagine 200, euro 18,00). Quasi una ripresa del titolo di quel convegno di 62 anni fa. Lo sguardo che il pedagogista Corradini offre al lettore è quello sull’aspetto più travagliato del rapporto educazione civica- scuola, usando toni spesso appassionati. «La nostra Costituzione – scrive – non è solo un evento del passato. Essa è anche la legge fondamentale dell’ordinamento vigente nella Repubblica. È come un terreno fertile, coltivato e sfruttato poco e male». Eppure si può fare molto e bene, come dimostrano i racconti delle sperimentazioni messe in campo in alcune scuole del Paese. Del resto nel 1996 lo stesso Corradini, allora sottosegretario all’Istruzione con il ministro Giancarlo Lombardi nel governo Dini, cercò di aggiornare la normativa con una direttiva ministeriale sul tema, ma «la caduta del governo bloccò tutto e i successivi esecutivi non portarono avanti il lavoro svolto».

Nel 2008 fu l’allora ministro Giuseppe Fioroni a mettere in campo una sperimentazione che alcuni istituti superiori vollero cogliere. Come l’Itis Conte M.M.Milano di Polistena in provincia di Reggio Calabria, e che il libro firmato da Corradini e Mari, sinteticamente racconta attraverso le voci dei suoi protagonisti: docenti e studenti. «Questo insegnamento – spiega il dirigente scolastico Franco Mileto – ha finito con l’essere la cifra caratterizzante il curricolo dei nostri ragazzi, mentre il clima che si respirava nella comunità scolastica si è via via trasformato », a tal punto da diventare protagonisti nel 2010, lontano però dal clamore mediatico, di una grande accoglienza verso giovani migranti sfruttati a Rosarno che si ribellarono ai sopprusi e venendo allontanati dopo alcuni disordini. Un gruppo di loro proprio nell’Itis di Polistena poterono seguire corsi di italiano e crearono nel tempo familiarità con i ragazzi italiani. Un modo concreto di vivere quanto la Costituzione scrive. Esperienza promossa da docenti e studenti, che con atti concreti hanno dato gambe a valori scritti nella Carta costituzionale.

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