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IDEE Metz, una visione beatifica

Questa è la mia ipotesi sulla promessa escatologica della “visione di Dio”. La voglio presentare in risposta a una domanda che occuperà il futuro discorso mondiale sulla religione: come si pongono le due classiche forme di spiritualità religiosa in rapporto al dolore degli altri? Da una parte si tratta delle tradizioni bibliche monoteistiche dell’ebraismo e del cristianesimo, dall’altra della mistica del dolore (o più cautamente, della spiritualità della sofferenza) delle tradizioni dell’Estremo Oriente, in particolare di quelle buddhiste, mistica del dolore che acquista sempre più seguaci anche nel mondo postmoderno dell’Occidente dopo la proclamazione della «morte di Dio».

Per cautela voglio esprimere con una domanda la difficoltà dell’incontro tra la mistica biblica della compassione e la spiritualità buddhista dell’Estremo Oriente. E se una recezione occidentale del buddhismo non tenesse conto di questa domanda, porterebbe solamente a forme triviali di una grande religione dell’umanità e con questo confermerebbe indirettamente quello scetticismo che protegge il buddhismo originale dell’Oriente dall’essere assunto con disinvoltura nelle forme occidentali della vita.

Ma ecco la domanda: la spiritualità dell’Estremo Oriente non si basa sul fatto che sono stati superati tutti i contrasti appassionanti tra io e mondo, dissolvendo in definitiva l’io in un’assoluta e precedente totalità e armonia di un universo senza soggetto? Quindi anche qui, alla fine, non è lo stesso io un’illusione che può essere colta misticamente o spiritualmente? Ma dove è a disposizione qui il soggetto autonomo? In siffatta spiritualità non svaniscono nell’illusorio anche tutti gli altri soggetti? Dove rinvenire ancora un insopprimibile obbligo alla compassione, alla sensibilità per gli altri e alla cura del loro dolore? La spiritualità del lontano Oriente non tende in definitiva a un’assoluta totalità lontana dal soggetto e dalla storia e in questo senso senza volto?

Buddha medita, Gesù grida. La mistica delle tradizioni bibliche è, nel suo nucleo centrale, una mistica che cerca il volto, non è una natura priva di volto o una spiritualità cosmica dell’assoluta totalità. Buddha medita, Gesù grida. L’ultimo (il quarto) viaggio di Buddha termina dopo le esperienze, per lui dolorosissime, sofferte dinanzi al dolore, al bisogno e alla morte degli uomini, con un ritorno alla meditazione che cerca redenzione. L’ultimo viaggio terreno di Gesù finisce con un grido che cerca un volto: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”» (cf Mc 15,33-37; anche Mt 27,45-54).

Certamente, anche la mistica biblica parla di un «abbandono dell’io», di una «morte dell’io». Che cosa si intende? Non un intenso e totale dissolversi, non una graduale scomparsa dell’io in un’assoluta totalità senza volto, per così dire in un naturalismo religioso, ma si vuol dire che c’è – per me sulla via della compassione – un riuscire ad entrare sempre più in profondità in un’«alleanza», in quell’alleanza mistica tra Dio e l’uomo, che alla fine conduce a quella visione beatifica di Dio in cui Dio sarà faccia a faccia «tutto in tutti» (1 Cor 15,28), non mescolato e non separato.

Johann Baptist Metz – avvenire.it

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