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Idee. La ferita non è rottura, ma la rivelazione della continuità

Quando un corpo entra nella carne compromettendo la continuità di epidermide e tessuti non apre ad alcun universo nuovo della corporeità. Così i tagli di Fontana: non ci sono davvero oltre da rivelare
Andrea Mantegna, San Sebastiano, 1506, particolare

Andrea Mantegna, San Sebastiano, 1506, particolare – WikiCommons

La ferita, nella mentalità comune, è una rottura della continuità, in qualunque modo si verifichi. Compromissione di integrità. Discontinuità. Quando ti ferisci esce il sangue o altro. Il meccanismo viene apparentemente svelato, messo a nudo e insidiato dagli agenti che hanno provocato quella ferita. La ferita compromette uno o più meccanismi di funzionamento, può privare di capacità date per scontate, reinventa improvvisamente il modo di esistenza. La ferita agisce sia su un piano di forma che di funzionamento. Tutto ciò in una idea di integrità identificata con il complesso di abilità e forme che per definizione configurano un “prodotto intatto”, confezione perfetta di corporeità fissata dalle convenzioni sociali. Lo stesso quando si parla di ferita in termini “morali”, mentali. Le ferite della coscienza. La ferita accade perché qualcosa attraversa la pellicola che sembra proteggere e separare un mondo da un altro.

La ferita è, non saprei dire se come causa o come effetto, legata a doppio filo con una visione cosmologica. Quella delle meringhe iperglicemiche, così cara agli intellettuali da salotto, è romantica, ma tutto sommato non distante dalla invenzione che per millenni ha separato il corpo dallo spirito, fortemente radicata anche oggi. La visione della ferita di questo tipo è essenzialmente manichea. La mia idea è che ferita sia invece l’evento della continuità. Dalla continuità non si può sfuggire. Nietzsche diceva: «Corpo sono io e null’altro». Aggiungerei che «null’altro è corpo se non quello che io sono».

La ferita non svela nulla che non sia appartenente nello stesso tempo alle due sfere immaginarie che mettono in comunicazione diretta con il suo trauma. Se guardiamo l’arte, il concetto di ferita ricalca perfettamente tutto questo percorso di riflessione. Il “taglio di Fontana”, apoteosi della indagine spericolata che andava alla ricerca di un ipotetico superamento della superficie, era proprio questo. Il manifesto di una rivoluzione che ferisce la superficie nella utopica rivelazione di uno spazio ulteriore. Anche il gesto di Fontana proviene da una cultura e mentalità manichee. Quella idea di ferita appartiene a una concezione del mondo che non è reale, un tentativo di “spiegazione” della ferita.

La ferita non aggiunge né toglie nulla alla superficie o al suo interno. Ogni parte dell’unico comprende una costante ferita che se non è apprezzabile, dipende esclusivamente dal nostro modo un po’ semplicistico della percezione. Quando un corpo, tagliente o contundente che sia, entra nelle mie carni compromettendo la continuità della mia epidermide e dei miei tessuti, nella realtà non apre ad alcun universo nuovo della corporeità. Se fa qualcosa, rivela che non vi è stacco tra le due dimensioni ipoteticamente separate. Fontana fa la stessa cosa. Non rivela mondi sconosciuti, non va veramente oltre la superficie, perché la superficie è ogni progressivo piano di scoperta cui giungiamo nel momento in cui vi giungiamo. Lo spazio cui sembra aprire è il medesimo della tela integra, una sua espansione perfettamente omogenea.

I concetti spaziali rivelano una realtà opposta a quella che sembrano prefiggersi: la ineludibile unità dello spazio e la sostanziale inesistenza dell’ulteriore. Questo non è un limite, beninteso. È la più grande delle risorse a nostra disposizione. Il concetto spaziale è manifestazione di unità, non di separazione. Non posso dire se questa fosse l’intenzione di Fontana. Di certo è il suo risultato.

A volte l’arte riesce ad andare oltre anche contro la stessa volontà del suo creatore. Così la ferita del corpo non rivela nulla che sfugga alla integrità del corpo. Ci fa sentire delle sensazioni e ci richiama al corpo, unico vero diapason della nostra accordatura rispetto al mondo. La ferita fa male. E forse questo più che un male è un bene. Ma non cambia la sua essenza, che non è né di ponte né di rottura, ma di rivelazione. Rivelazione di una continuità cui non ci si può sottrarre, perché essenza stessa del nostro poter esistere. Compresenza, contemporaneità, contiguità. La ferita non è interruzione di alcunché, non è contraddizione, non è scandalo. La ferita è la trama che lega tutti gli aspetti del nostro esistere e che li rende dinamici, vibranti, sorprendenti, vivi.

Avvenire

 

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