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I semi della fede: Brasile, incontrare la fede al bistrot di Dio

«Se potessimo scegliere un nome più lungo lo chiameremmo Bistrot de Deus; ma si chiamerà semplicemente Shalom, come la nostra comunità». Per capire in che modo un’azione di nuova evangelizzazione possa partire da un piccolo bar con una libreria di testi cattolici e diventare una realtà consolidata in 40 città brasiliane con migliaia di membri attivi in meno di 30 anni, sono arrivato nel quartiere di Catete, uno dei bairros di classe media di Rio de Janeiro, il sabato pomeriggio in cui la comunità compiva 29 anni.

Sessantaquattro scalini dividono l’ultimo piano della piccola palazzina bianca della Rua Bento Lisboa dalla lanchonete (baretto tipico brasiliano) che i ragazzi di Shalom stanno ultimando per l’inaugurazione. «La vendita di birra e alcolici è proibita, l’unica musica che si sente è liturgica, i libri a disposizione per l’acquisto o la lettura sono di ispirazione cattolica, eppure tante, tantissime persone entrano nel bistrot in tutte le comunità per mangiare magari solo qualche salatino, e vengono poi convinti ad ascoltare la parola del Signore», mi spiega con un sorriso pieno di soddisfazione Gabriela Viana, 25 anni, coordinatrice apostolica della comunità.

Loro, i ragazzi impegnati nella nuova evangelizzazione, la chiamano "la pesca", la pesca di fedeli, soprattutto di cattolici battezzati ma non praticanti che hanno sete di spiritualità: una realtà che riguarda quasi il 20 per cento dei brasiliani che si dichiarano cattolici e vengono lentamente carpiti dai gruppi neo-pentecostali (gli evangelici come sono comunemente definiti qui). "La pesca" dei ragazzi di Shalom avviene sostanzialmente con le stesse modalità in tutte e 40 le comunità del Brasile ed è ormai un marchio registrato. Si comincia sempre con un bistrot. Chi compra uno snack, un sandwich o un succo di frutta nel bar Shalom di Rio può accedere al soppalco con i libri scelti al piano di sotto. «Tra i tavolini ci sono i nostri ragazzi che si offrono di parlare di Gesù, di discutere la parola di Dio o di far conoscere la comunità. La scala di legno che porta alla cappella – spiega ancora Gabriela – è di pochi gradini e molti sono curiosi di conoscere dove preghiamo. Con pochi passi può cominciare o ricominciare l’amore per Dio, è l’inizio di un incontro che può durare per sempre come è successo a me».

Gabriela viene da Fortaleza, la capitale dello Stato del Cearà, tristemente famoso per la prostituzione minorile e per i fatti di cronaca legati al sesso a pagamento che coinvolgono soprattutto i vacanzieri italiani. «Sono entrata nella comunità ad appena 21 anni, un amico mi ha fatto conoscere Shalom e durante il Festival Alleluia, un incontro di oltre 600 mila cattolici promosso da noi ogni anno a Fortaleza, ho sentito parlare e ho conosciuto Moyses de Azevedo, il fondatore di Shalom. È stato un incontro che ha cambiato la mia vita».

L’ha cambiata così profondamente che, pur senza l’appoggio della famiglia, Gabriela è oggi consacrata alla Comunidade de Vida, la versione Shalom dei Memores Domini di Comunione e liberazione. Vive in una casa di 20 ragazzi e ragazze laici che ispirano la loro vita a quella di san Francesco e rispettano i voti di castità, povertà e obbedienza. Dedicano la loro esistenza alla contemplazione, intesa come memoria tendenzialmente continua di Cristo, e alla missione, cioè alla passione di portare l’annuncio cristiano nella vita di tutti gli uomini. «In un Paese consumista come il Brasile, in una città in piena espansione economica, la scelta di vivere con 4 paia di scarpe regalate, 5 vestiti per il lavoro e 5 per il tempo libero sempre frutto di donazioni, spaventerebbe qualsiasi giovane che si avvicina alla nostra comunità – sorride Gabriela – per questo non riveliamo subito la nostra scelta di vita».

Evangelizzare a Rio de Janeiro, città tempio dell’edonismo, della trasgressione e del divertimento è, effettivamente, una missione assai difficile. «Bisogna trovare con urgenza modi nuovi di parlare ai giovani della nostra città e del nostro Paese», ha ammonito più volte anche l’arcivescovo di Rio de Janeiro, monsignor Orani Tempesta. I giovani sono spesso distanti dalla sacralità, sono ostaggio della violenza, della solitudine, dell’individualismo che a dispetto delle apparenze, proprio a Rio de Janeiro, è una piaga sociale a causa della superficialità dei rapporti umani. Solo le classi più povere della popolazione non sono vittime della secolarizzazione, ma diventano prese facili della "teologia della prosperità" professata dai gruppi evangelici.

«È proprio nella radicalità dell’essere cattolici, in questo forte contrasto con la realtà, che il messaggio di Shalom riesce a indurre o addirittura a imporre una riflessione anche ai più scettici. Posso essere felice solo affidandomi allo Spirito Santo? – domanda con ironia Roneide Montero, 43 anni, da 16 consacrata alla Comunidade de Vida –. La risposta non arriva sempre per tutti e soprattutto non con gli stessi tempi o le stesse modalità. Il punto di arrivo per Shalom non è necessariamente di consacrarsi – prosegue Roneide – è l’incontro con il Signore, è il farsi suo discepolo e portare la sua parola. Lo fanno i giovani che lavorano non remunerati nel centro, lo fa chi frequenta la nostra comunità anche solo per la preghiera, lo fa chi aderisce alla Comunidade Aliança (che a differenza della Comunidade de Vida permette ai membri di esercitare una professione non legata all’opera, ndr) e lo fa chi si dedica ai tossicodipendenti della Comunità terapeutica della periferia di Bangù o del ricovero per anziani ai margine della favela di Vigario Geral».

Perché Shalom, con passi lenti ma determinati, ha iniziato due missioni difficili per portare speranza anche fra i ragazzi delle periferie più degradate come quella di Bangù, tristemente nota per la presenza di fatiscenti istituti di detenzione; e agli anziani, «ma solo ai casi più gravi dove, oltre alla non autosufficienza, esiste il problema dell’abbandono – spiega ancora Roneide –. A Bangù abbiamo iniziato con 15 giovani, è il massimo di cui ci possiamo occupare per ora. Restano da noi una media di 8 mesi e vengono seguiti, oltre che dai nostri ragazzi e ragazze, da psicologi, psichiatri, medici tutti volontari. L’incontro con Dio è l’esperienza più importante, non pensiamo che possa esserci una cura solo medica o farmacologica, dobbiamo prima di tutto propiziare questo incontro», conclude Roneide.
Di fronte alla "teologia della prosperità" proposta dagli evangelici e all’immediatismo spirituale venduto in cambio della decima dalle tante sette e chiese che sorgono in Brasile oggi (una nuova ogni tre giorni), la proposta di nuova evangelizzazione di Shalom sembra una sfida impossibile. Eppure non è così. Shalom ha addirittura ottenuto il permesso per creare una cappella e un centro di evangelizzazione in uno shopping center.

Esperienza unica in tutta la metropoli: «È una risposta diretta al modo con cui le Chiese neopentecostali portano a sé fedeli cattolici non più praticanti – sorride Martha Felix, 23 anni, catechista responsabile di un gruppo di giovani nel centro della rua Bento Lisboa –. Perché la Chiesa cattolica, proprio come gli evangelici, non può essere presente anche nei centri commerciali se è lì che possiamo portare con maggior facilità la parola di Cristo? La comunità, prima, era in una strada troppo nascosta, avevamo poco riscontro; ora qui nel quartiere di Catete la nostra sede è già diventata troppo stretta per i fedeli che la frequentano e stiamo cercando il modo per espanderci».

Nuova evangelizzazione, in una città come Rio de Janeiro, significa anche questo: un problema di location come accade per ristoranti e negozi. Non è difficile trovare chiese evangeliche sparse nei luoghi più remoti e poveri, così come nei locali più frequentati della città. A pochi passi dall’ingresso di un supermercato di Copacabana, vicino alle pubblicità del riso e dei fagioli più economici della città, spunta la porta della Chiesa evangelica con la formula magica per un miracolo assicurato impressa su un cartellone che sembra la locandina di un teatro: «Tuo figlio si droga? Tuo marito ti tradisce? Entra, abbraccia Gesù e lui si incaricherà dei tuoi guai».

Alla promessa di una soluzione immediata, si accompagna quella di una prosperità garantita. Per questo gli evangelici in Brasile hanno un profilo socio-economico molto inferiore ai cattolici. Far fronte all’industria della religione locale con una risposta nuova resta un impegno arduo. La cultura da fronteggiare è di fatto quella dell’immediatismo. E pur affidandosi a Facebook e a Twitter e ad altre idee innovative come corsi di danza e musica, i ragazzi e le ragazze di Shalom sono consapevoli che una nuova evangelizzazione non può non tenere conto delle molte peculiarità del Brasile.

Gherardo Milanesi – avvenire.it