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I guaraní e le origini del football moderno Del calcio inventarono anche le scommesse

di Gianpaolo Romanato

Grazie a internet, ha fatto il giro del mondo l’articolo apparso su questo giornale l’11 giugno, alla vigilia dell’inizio dei mondiali di calcio. Un intervento che non aveva nulla di polemico, diciamolo subito, contrariamente a quanto si legge in qualche sito, ma solo uno scopo informativo: una semplice curiosità per gli appassionati del calcio e un suggerimento erudito per gli storici, proposto mentre stava per aprirsi la manifestazione che avrebbe monopolizzato l’attenzione planetaria per un mese intero. E l’informazione era la seguente: nel Paraguay coloniale, fra Seicento e Settecento, i Guaraní che vivevano nelle missioni organizzate dai gesuiti, le celebri Riduzioni, avevano l’abitudine di giocare a un gioco singolarmente simile al calcio moderno. Giocavano con una palla di gomma che rimbalzava sul terreno e che si tiravano l’un l’altro con i piedi e non con le mani. Ora che i mondiali sono finiti e le passioni sono rientrate nella normalità, riprendiamo allora quell’articolo con qualche precisazione ulteriore, non senza far notare che i calciatori della nazionale paraguayana, eredi o non eredi che siano degli inventori del calcio, hanno fatto onore ai loro antenati guaraní giocando un ottimo campionato, eliminando l’Italia campione uscente e sfiorando la semifinale, battuti di misura solo dalla squadra destinata poi al successo finale, cioè dalla Spagna. Torniamo dunque al Paraguay di tre secoli fa, una terra silenziosa, ricoperta di boschi e di pascoli, senza il frastuono delle odierne tifoserie calcistiche, dove sorgevano, a sud della città di Asunción, nel territorio oggi diviso fra Paraguay, Argentina e Brasile, le trenta Riduzioni, all’interno delle quali viveva una popolazione di etnia guaraní calcolata in circa centocinquantamila persone. La fonte da cui proveniva l’informazione che abbiamo riferito è un missionario spagnolo, José Manuel Peramás. Questi fu destinato dai superiori alle missioni d’America, completò la preparazione a Córdoba, visse alcuni anni nella Riduzione di San Ignacio Miní (oggi in Argentina) e morì poi a Faenza, in Italia, nel 1793. È all’inizio della sua opera De vita et moribus tredecim virorum Paraguaycorum, apparsa a Faenza poco dopo la morte dell’autore, che leggiamo l’inciso che oggi suscita la nostra curiosità. Il passaggio completo, che nel precedente articolo avevamo accorciato, è il seguente: nelle Riduzioni, "nei giorni di festa, dopo la messa della sera, gli uomini organizzano una finta battaglia in piazza, scagliando frecce contro un bersaglio. Sono talmente abili in quest’arte, che tanto correndo dietro un animale, quanto dietro un uccello in volo, quasi mai falliscono il bersaglio. Solevano anche giocare al pallone, che, anche se di gomma piena, era così leggero e veloce che, una volta ricevuto il colpo, continuava a rimbalzare per un bel pezzo, senza fermarsi, spinto dal proprio peso. Non lanciano la palla con le mani, come noi, ma con la parte superiore del piede nudo, passandola e ricevendola con grande agilità e precisione". L’informazione è talmente precisa che ha sempre colpito gli studiosi di Peramás. Il canadese Stelio Cro che ha pubblicato una traduzione italiana commentata e annotata dello studio del missionario nella rivista "Canadian Journal of Italian Studies" (XVIi, 1994, n. 48-49, p. 104) precisa in nota che this is the first documented description of soccer or football as the English call it. Ma è a Bartolomeu Melià, gesuita anch’egli, probabilmente il maggior studioso vivente della lingua e della cultura guaraní, che dobbiamo le informazioni più precise sulla loro abitudine di jugar a la pelota. In un articolo scritto tra il serio e il faceto per "Acción", la rivista dei gesuiti paraguayani (giugno 1999, pp. 20-22), Melià ricorda che Peramás non è l’unico a parlare di questa pratica. Un altro noto missionario, spagnolo anch’egli, attivo nelle Riduzioni e poi esiliato a Faenza come il confratello, dove morì nel 1781, José Cardiel, ne scrisse prima di lui. In un manoscritto redatto nel 1771 e poi pubblicato in Spagna nel 1913 da Pablo Hernández (Breve relación de las misiones del Paraguay) fornisce la medesima notizia ma con qualche particolare in più. Il testo in spagnolo di Cardiel è il seguente: "Después de la misa se reparten las faenas de toda la semana, y se van a comer y a jugar a la pelota, que es casi su único juego. Pero no la juegan como lo españoles: no la tiran y revuelven con la mano. Al sacar, tiran la pelota un poco en alto, y la arrojan con el empeine del pie del mismo modo que nosotros con la mano: y al volverla los contrarios lo hacen también con el pie: lo demás es falta. Su pelota es de cierta goma, que salta mucho más que nuestras pelotas. Júntanse muchos a este juego y ponen sus apuestas de una y otra parte…". Dunque: alla domenica, dopo la messa, giocano a pallone con una sfera di gomma molto elastica, che rimbalza e che tirano con il collo del piede e mai con la mano. Il pubblico assiste, si appassiona e scommette. Non c’è dubbio, commenta Melià, che si tratta di vero e proprio gioco del calcio. Qualche anno dopo Cardiel, come abbiamo già scritto, fu Peramás a riprendere l’informazione e rilanciarla nell’opera prima citata, scritta in latino. Questa le esatte parole latine del missionario, trascritte dall’originale dallo stesso Melià, che le ripropone quasi come una civetteria erudita: "Ludebant item pila compacta e gummi sic saltitanti, et tremulo, ut concepto simul impetu pergat diutissime subsilire, omnis morae, et quietis impatiens, repetitisque e casu ipso altis plagis. Pila autem Guaranii non (ut nos) manu, sed superiore parte nudis pedis mittunt remittuntque, idque expeditissime, ac dexterrime". Ma da chi avevano appreso questa pratica i Guaraní? Forse dagli spagnoli? Oppure dai gesuiti stessi? Assolutamente no. Era un passatempo con cui si dilettavano per proprio conto, senza averlo imparato da estranei. Compulsando il Tesoro de la lengua guaraní e poi il relativo Vocabulario, due opere pubblicate a Madrid nel 1639 e 1640 dal padre Antonio Ruiz de Montoya, un creolo peruviano che fu il più convinto difensore delle Riduzioni – è l’autore della Conquista espiritual, un classico della letteratura ispano-americana del tempo, mentre oggi porta il suo nome l’Università cattolica di Lima – Melià ha trovato l’indicazione che nella lingua guaraní esistevano già le parole pelota, pelotear e botar la pelota. E poiché oggi tutti i linguisti concordano nel riconoscere a Montoya il merito di avere raccolto e salvato le parole originarie della popolazione guaraní, così come erano usate ben prima dell’arrivo di spagnoli e missionari, non c’è alcun dubbio, secondo Melià, che questi peloteaban, se pasaban la pelota de uno a otro jugando y se la enviaban haciéndola botar, indipendentemente dagli europei e antecedentemente al loro arrivo nel nuovo mondo. Insomma: Montoya ci dice nei primi decenni del Seicento che i guaraní praticavano il gioco del calcio prima di entrare nelle Riduzioni, Cardiel e Peramás confermano che continuavano a giocarlo nella seconda metà del Settecento, quando le Riduzioni stavano per finire il loro ciclo. Nessuna di queste fonti precisa in che cosa consistesse il gioco, se la palla di gomma dovesse essere infilata in un qualche contenitore paragonabile alle porte del calcio odierno. D’altronde, perché avrebbero dovuto darci questa informazione dal momento che le regole attuali erano ancora di là da venire? Ma il cenno alla passione con cui il pubblico seguiva la partita e incitava "l’una o l’altra parte", non lascia dubbi circa il fatto che nella piazza delle Riduzioni, la domenica dopo la messa, due squadre si affrontassero giocando al pallone con i soli piedi e che, siccome una perdeva e l’altra vinceva, il gioco dovesse avere qualche contenuto agonistico definito. Concluderemo queste note sulla falsariga di Melià, il quale chiude argutamente il suo articolo scrivendo che la partita passa ora agli studiosi: grazie agli elementi disponibili, adesso tocca a loro provare a fare gol, ma con la testa e non con i piedi! Dunque, palla al centro. (©L’Osservatore Romano – 19-20 luglio 2010)