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I diaconi permanenti non devono essere usati per colmare i vuoti creati dall’assenza di presbiteri. Va preservata la specificità del loro ministero

Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG 25) indica con chiarezza il cammino della Chiesa. Fin dall’inizio del suo pontificato ci è stata data l’immagine dell’“ospedale da campo” come metafora della ChiesaOggi nella nostra società dell’efficienza, la metafora diviene reale a causa della pandemia.

«Io vedo con chiarezza – afferma il papa – che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un “ospedale da campo” dopo una battaglia. Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto». Parole di una attualità sconvolgente.

Una pastorale da ripensare insieme

Parlare in questo momento storico di percorsi diaconali non è facile. Certamente la nostra riflessione deve andare al di là della situazione contingente che si spera possa concludersi al più presto. Il Signore, però, ci interpella oggi e, «in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e ad attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e  significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale».

Pertanto, questa situazione non ci esime di soffermarci sul compito che oggi come diaconi abbiamo e la responsabilità che ci viene consegnata. Se è vero che niente sarà come prima, domandiamoci: quale progetto pastorale desideriamo mettere in atto in un prossimo futuro? Sappiamo che progettare, suppone fare delle scelte per creare percorsi in cui si mette in gioco la nostra vita. Significa, in questo tempo, guardare al futuro con uno sguardo nuovo; come un tempo da modellare e dare forma a percorsi innovativi. Un progetto in cui i diaconi sono coinvolti direttamente e, intorno ad esso, avere la capacità di unire tutte le forze diaconali per una partecipazione attiva di condivisione.

Una “pastorale” in cui tutti devono essere coinvolti per alimentare la linfa della diaconia ecclesiale. Il vescovo, il parroco come il diacono, i fedeli tutti, sono coinvolti indistintamente a ripensare la pastorale. Se il servizio si limita solo su questioni marginali, prescindendo anche dalla comunità e dalla complementarità dei carismi, allora viene meno la “pastorale”, e con essa si indebolisce la diaconia stessa che viene svolta. Dunque, un impegno che è finalizzato a rendere concreta e visibile la missione di tutta la Chiesa, il cui cuore e centro è la diaconia.

Ma dobbiamo anche riflettere che, quando parliamo di progetti pastorali diaconali, siamo chiamati a verificare in che modo tutto ciò nasce dalla preghiera, dalla riflessione, e dallo studio perché possa diventare una prassi di vita dell’impegno diaconale. «L’impegno pastorale – a detta di Gregorio Magno – è la prova dell’amore», è la regola di vita della comunità cristiana e quindi anche dei diaconi.

Comunque, quando usciremo da questo tunnel e torneremo alle nostre comunità e attività pastorali, non illudiamoci di poter percorrere le stesse strade che ci siamo lasciati alla spalle.

Il primato della preghiera

Anche se nella pastorale la prassi è fondamentale, siamo chiamati però a vigilare che nei percorsi diaconali, non si ceda alla tentazione di far prevalere il “fare” sull’essere. Proprio per questo la preghiera deve essere messa al primo posto. «L’evangelizzazione si fa in ginocchio». È proprio così. Papa Francesco è convinto del primato della preghiera sull’azione. Per non «correre invano» (Gal 2,2) è necessario puntare sull’essenziale, tenere lo sguardo fisso sul volto di Cristo. Questa è la vera preghiera che siamo chiamati a compiere per comunicarla agli altri.

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Si legge in Evangelii gaudium: «Posti dinanzi a Lui con il cuore aperto, lasciando che Lui ci contempli, riconosciamo questo sguardo d’amore che scoprì Natanaele il giorno in cui Gesù si fece presente e gli disse: “Io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi” (Gv 1,48). La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore. Se lo accostiamo in questo modo, la sua bellezza ci stupisce, torna ogni volta ad affascinarci. Perciò è urgente ricuperare [per i diaconi] uno spirito contemplativo, che ci permetta di riscoprire ogni giorno che siamo depositari di un bene che umanizza, che aiuta a condurre una vita nuova. Non c’è niente di meglio da trasmettere agli altri» (EG 264).

La via della preghiera è il cuore della diaconia che non lascia fuori nessuno (EG 281). Essa investe i diaconi in tutta la loro esistenza personale, familiare e sociale, senza permettergli alcuna schizofrenia. «Contemplativi della Parola e contemplativi del popolo di Dio». In altre parole, si può dire che saremo veri servi se sappiamo cogliere i segni della presenza di Dio nella storia, là dove ognuno vive, per saper discernere e per poter trasformare il mondo alla luce del Vangelo.

Allora è necessario riscoprire la dimensione sociale dei percorsi diaconali, facendo nostra la «mistica della fraternità». Una fratellanza che è trasformata e orientata dall’esempio di Gesù Cristo. Ma oggi non possiamo non ascoltare il grido del papa che ci chiama a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti».

La conversione pastorale

Un altro tratto del pontificato di papa Francesco che ripropone con forza è la richiesta della «conversione pastorale». «Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una “semplice amministrazione”. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un “stato permanente di missione”».

Ciò significa, passare da una visione burocratica, statica e amministrativa della pastorale a una prospettiva missionaria; anzi, ad una pastorale in stato permanente di evangelizzazione.

L’evangelizzare del diacono si traduce in un cammino nel mondo offrendo la compagnia della fede, dell’amore e della speranza, ai suoi contemporanei. Oggi più che mai siamo chiamati a non restare chiusi nelle nostre parrocchie, nelle nostre sicurezze: La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso.

Il papa in questo momento storico ci avverte che, con la tempesta che stiamo attraversando, «è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli».

Non pensiamo di dimenticarci di essere “in uscita”, dopo questa lunga permanenza nelle nostre case. Oggi ci appare una realtà lontana. Non avanziamo scuse di fronte a questa sfida epocale. Ora si apre una prospettiva nuova per il ministero diaconale: si può uscire con fiducia; si trova l’audacia di percorrere le strade di tutti; si sprigiona la forza per costruire piazze di incontro e per offrire la compagnia della cura e della misericordia a chi è rimasto ai bordi. Questo è il “sogno” di papa Francesco per gli uomini e le donne che devono testimoniare Cristo. Dipende da noi metterci cuore, mani e testa affinché questo “sogno” possa diventare realtà. Condizione essenziale è quella di riconoscere che “uscire” è più un movimento che una dotazione; non costituisce un’attività particolare accanto ad altre, bensì rappresenta lo “stile”, ovvero la forma unificante della vita del diacono e della Chiesa nel suo insieme.

Questo «non è il tempo del tuo giudizio – afferma il papa –, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni».

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Nel tempo in cui siamo stati tutti a casa, quale è stato il valore della famiglia cristiana in genere e di quella diaconale in particolare? In un tempo drammatico, in un tempo inedito bisogna rimanere vigili nelle nostre famiglie, mi riferisco alla violenza maschile sulle donne, alle relazioni abusanti della violenza domestica. Un dramma che persiste da un tempo immemorabile. Questo è anche l’appello che viene dall’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne.

La pastorale alla luce dell’accoglienza

«I poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo, e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra il diaconato e i poveri. Non lasciamoli mai soli» (EG 48).

In questo tempo assume tutta la sua importanza la «cultura dell’incontro» (anche se oggi è virtuale), perché è quella che ci fa camminare insieme con le nostre differenze. Per una pastorale che si fa accoglienza non dovrebbe essere difficile la riscoperta del valore della condivisone e della solidarietà come pilastri su cui far implementare la testimonianza diaconale.

«La vita di milioni di persone, nel nostro mondo già alle prese con tante sfide difficili da affrontare e oppresse dalla pandemia, è cambiata ed è messa a dura prova. Le persone più fragili, gli invisibili, le persone senza dimora, rischiano di pagare il conto più pesante. Guardare ai più poveri, in questi giorni – afferma Francesco –, può aiutare tutti noi a prendere coscienza di quanto ci sta realmente capitando e della nostra vera condizione».

Tradurre questo in pastorale, significa assumere percorsi diaconali che sanno comprendere il valore insostituibile della fraternità. In un antico ordinamento ecclesiale, ci vengono presentati i compiti del diacono che spaziano dalla scoperta e sepoltura del corpo di un naufrago alla testimonianza sulla fedeltà e onestà di una donna violentata.

Nel testo ricorre poi la bella espressione secondo cui il diacono deve «essere in tutto come l’occhio della Chiesa». 

L’espressione si riferisce non all’occhio di un guardiano, ma piuttosto alla sensibile percezione della sofferenza e del bisogno resa possibile da un’autentica prossimità e solidarietà fraterna. Così l’occhio del diacono allarga continuamente l’orizzonte della Chiesa, fiuta la sofferenza e i bisogni negli angoli più nascosti della comunità e ai suoi confini. Ovunque, nella realtà delle nostre comunità, vi sono zone oscure e zone luminose.

La funzione edificatrice della comunità propria del diacono consiste non da ultimo nel fatto di scorgere la sofferenza e il bisogno e, per quanto possibile, di portare ovunque concretamente, e rendere visibile, agli uomini la misericordia di Gesù Cristo. La sua particolare responsabilità per i viandanti e gli stranieri, nonché i senza patria, rende presenti alla comunità dei bisogni assolutamente attuali. A partire di qui si deve rispondere anche alle molte domande che si affollano alla mente in relazione ai percorsi diaconali per una conversione pastorale.

I diaconi permanenti sono realmente ordinati in relazione al loro compito originario? O vengono utilizzati essenzialmente, nel quadro delle necessità di fatto esistenti nelle nostre comunità, per tappare dei buchi venutisi a creare soprattutto a causa della diminuzione delle vocazioni presbiterali?

Ma ci si chiede anche se nelle nostre comunità poniamo, e abbiamo posto, le giuste priorità. Che valore ha per tutti noi la diaconia, che non può essere coperta semplicemente mediante il lavoro altamente meritorio della Caritas? Vi sono oggi compiti e funzioni dei diaconi che conducono molto in fretta nel cuore stesso della missione cristiana. Penso, per esempio, all’interessamento per gli stranieri e i senza patria, le persone sole e i poveri, gli anziani e i malati, ma anche alla collaborazione al movimento delle case di riposo, dove abbiamo avuto il alto numero di vittime del Covid-19.

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Infine, vi sono qui da noi molte altre necessità delle quali forse poco si parla, a cominciare dal consumo della droga e dalla dipendenza dall’alcol fino alla mancanza di orientamento, alla demotivazione e alla disperazione. Anche quando il diacono assume altri compiti, come quelli che sono stati espressi dal Concilio, non può mai mancare questo nocciolo centrale e privilegiato del suo compito.

Concludo con le parole di Francesco: «In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cf. Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza» […]. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: “Voi non abbiate paura” (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi”» (cf. 1Pt 5,7). (settimananews)