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I conti dello Stato. Debito e pensioni, zavorra sul futuro

La trapunta è davvero corta. Cortissima. E a tirarla è il passato, lasciando scoperte le scelte che guardano al futuro. Basta spulciare le Tavole di bilancio della Ragioneria Generale dello Stato per cogliere immediatamente la sperequazione fra le spese mastodontiche che ancorano il Paese al ieri – due su tutte, spesa previdenziale e debito pubblico – e quelle magre che agli italiani dovrebbero garantire la possibilità di un domani migliore. A questi numeri assoluti e percentuali, che riportiamo in pagina, è doveroso commisurare ogni ragionamento in punta di diritto (fosse pure acquisito) sull’ormai famoso ‘blocco’ dell’indicizzazione degli assegni previdenziali calcolati con il metodo retributivo, misura presentata al tempo dello spreadrovente
con l’effigie di “necessità e urgenza”. Come pure la scelta politica recente di rimborsi progressivi e fino a una certa soglia. È la fiscalità generale, si obietta, non la previdenza lo strumento per garantire maggiore equità ai cittadini. Tutto vero. Ma è anche dal libretto della fiscalità generale – non solo da quello pensionistico – che si stacca un assegno da 100 miliardi l’anno per coprire la differenza fra i contributi incassati e le prestazioni erogate dall’Inps.

Tabelle alla mano, è possibile maturare un’idea generale su quanto i nostri conti ci ancorino al passato. Il complesso delle spese previste per competenza nel 2015 ammonta a 803 miliardi. Una prima distinzione va fatta tra quelle correnti, di spese, necessarie per mandare avanti la macchina dello Stato – di per sé, quindi, per mantenere l’esistente, rinnovandole ogni anno, dagli stipendi dei dipendenti pubblici alle pensioni, appunto, inclusi gli interessi sul debito maturato – e quelle in conto capitale che servono invece a progettare il futuro: investimenti in strade, scuole, innovazione. La differenza è enorme: 532 miliardi le prime, appena 38 quelle in conto capitale, cifra che per altro si è sensibilmente assottigliata negli anni della crisi. Perché ridurre queste spese è sempre meno traumatico rispetto al dover tagliare quelle correnti, con il rischio di chiudere magari un ospedale. Ma sono le spese in conto capitale che permettono di costruire il futuro. Dentro le spese correnti, poi, la prima voce (271 miliardi) è rappresentata dai trasferimenti alle amministrazioni pubbliche centrali e locali, a cui vanno sommati i redditi da lavoro dipendente; subito dopo troviamo previdenza e assistenza sociale, poco meno di 130 miliardi, e gli interessi passivi – debiti quindi – per 87 miliardi. Dei 130 miliardi, quasi 100 sono per l’Inps, quelli per coprire le pensioni in larga parte retributive, e soltanto 30 per l’assistenza sociale, vale a dire per i disabili, le famiglie, l’esclusione sociale o la casa. Mancano comunque parecchi miliardi per arrivare agli oltre 800 di spesa complessiva. Cosa sono? Ancora debito pubblico, rimborso di passività finanziarie per 232 miliardi. Come dire: mezzo bilancio serve per onorare debiti e pensioni. Non stupisce allora che, considerando la spesa pensionistica complessiva, 270 miliardi (quasi il 17% del Pil), la più alta d’Europa, quest’ultima sia quadrupla rispetto a quella scolastica. Nessun altro Paese Ue presenta uno squilibrio più marcato fra “passato” e “futuro”.

La differenza fra entrate (tributarie ed extra) e spese al netto degli oneri debitori è ciò che permette all’Italia di avere comunque un avanzo
primario, cosa di non poco conto per la stabilità finanziaria. Ma senza aggredire l’immensa mole del debito pubblico che ci ancora al passato, anche una manovra in deficit, sia pure di 36 miliardi (che sugli oltre 800 di spesa sono ben pochi), non permette evidentemente di investire fortemente nelle ultime generazioni. Dove si possono recuperare risorse? La dottrina dell’austerity suggerisce di tagliare la spesa pubblica in generale. Certo, gli sprechi ci sono, e alcuni provvedimenti del governo sono già andati in questa direzione, a partire dai costi della politica. Tuttavia c’è davvero poca carne attaccata all’osso da raschiare. Fra le spese correnti, la gran parte sono obbligatorie e praticamente imprescindibili (personale, trasferimenti, interessi passivi e spese correttive delle entrate). Una ‘spending’ review del 2% su 130 miliardi da sforbiciare vale due miliardi e mezzo, non di più, e comunque non certo quei 60 miliardi di sprechi che alcuni osservatori ritengono si possano sfoltire. Toccare ancora quelle in conto capitale, di spese, sarebbe una ulteriore rinuncia al futuro. Bisognerebbe allora aumentare le entrate, ma questo può essere garantito, senza inasprimento fiscale, solo da un ritorno alla vera crescita o dai risultati della lotta all’evasione: insieme alla montagna del debito pubblico, l’altra grande piaga economica nazionale.

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