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I boschi d’autunno, l’uso (da reimparare) degli alberi

 

Con due settimane di ritardo, i colori dell’autunno sono esplosi. Basta una bava di sole e il fogliame si accende, in superficie o in trasparenza. Il verde resiste nelle isole delle pinete, ma tutto intorno se lo mangiano il giallo brillante degli aceri e il giallo sporco dei castagni; vira al violetto nel frassino e al rosso mattone nel cerro. Lo spettacolo cambia di ora in ora e tra pochi giorni sarà finito. Se siete saliti fin quassù per una gita di ristoro, immagino abbiate la speranza di godere della stessa visione l’anno prossimo. Ve lo auguro anch’io, ma – per quanto riguarda i boschi – la cosa non è sicura. Quello che avete visto è infatti il combustibile che, in molti casi, alimenterà gli incendi boschivi della prossima (vera) estate. Aggiungiamo allora qualche riflessione al piacere del “paesaggio”.

Le attuali fragilità della superficie boscata sono – oltre che la conseguenza dello spopolamento – il frutto di una idea ingenua: l’idea che la vegetazione lasciata a se stessa si conservi ricca ed equilibrata. Ma è una idea totalmente sbagliata. La prima fragilità è costituita dall’estensione: in molte province appenniniche i boschi coprono oltre il 70% del territorio.

La vegetazione ha ingoiato i coltivi e il fuoco può correre per chilometri senza ostacoli e barriere. Chi consulta a ritroso le carte vegetazionali, si accorge che già nel 1937 il bosco si stava riprendendo le superfici trasformate in pascolo nell’Ottocento. Sbagliate dunque le politiche di “rinaturalizzazione” che hanno esasperato negli anni 80 una popolazione contadina residuale, già insufficiente per un controllo attivo del territorio. Non solo. Anticamente compariva nei certificati catastali, accanto a molte particelle delle proprietà montane, la sigla «p.a.»; stava per «pascolo alberato», uno dei tanti tipi di sfruttamento soffice e flessibile del terreno.

La dicitura è stata cancellata, prima dall’idea che il bestiame danneggi il bosco (nella mia Liguria l’idea è stata corretta solo nel 1999), poi dal censimento dei pascoli, fatto in estate con le foto aeree. In questo modo il sottobosco, proibito l’uso artigianale di foglie e sterpi, diventa una coltre spessa, esca per il fuoco nei periodi di siccità. Sarebbe da studiare quanto gli incendi del 2009, favorendo dilavamento e deflusso veloce sui fianchi dei monti, hanno provocato il crollo dei grandi alberi che hanno semidistrutto Borghetto Vara nel 2011.

La seconda grave “malattia” dei boschi è la mancanza di cure finalizzate a un ritorno economico. In alcune zone l’alto fusto è un investimento, ma richiede molti interventi di ripulitura. In molte altre è conveniente un taglio più frequente. In ogni caso, il bosco maturo va tagliato: anche il legno che marcisce produce anidride carbonica. Volete un calo significativo di CO2? In attesa di un altro sistema per inscatolarla, l’unica soluzione sarebbe costruire in legno tutte le case del mondo, per almeno un centinaio d’anni.

Nel frattempo, augurandoci che una legge obblighi i proprietari a recuperare il legname (altrimenti interverrà l’iniziativa pubblica), non fermatevi ai colori primaverili o autunnali. Percorrete i vecchi sentieri (e magari ripuliteli); raccogliete funghi e piccoli frutti (dove la miopia del possesso esclusivo non lo impedisce); scattate foto alle piante comuni e a quelle rare (e imparate i loro nomi). Solo da una conoscenza approfondita e da una frequentazione amicale nasce la soluzione dei problemi.

avvenire.it

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