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Haiti: anche le Chiese, ferite dal sisma, si mobilitano

Il devastante terremoto che il 12 gennaio ha sconvolto Haiti ha duramente colpito il clero e le strutture della Chiesa cattolica, nonché di altre confessioni cristiane. Sotto le macerie di chiese, conventi, scuole e opere sociali è rimasto un numero ancora imprecisato di preti, religiose, seminaristi e novizi (probabilmente qualche decina, soprattutto nella famiglia monfortana), a cominciare dall’arcivescovo di Port-au-Prince, monsignor Joseph Serge Miot, figura umile e di grande sensibilità sociale, ucciso dal crollo della cattedrale. Un’altra vittima illustre è stata la pediatra brasiliana Zilda Arns, sorella dell’arcivescovo emerito di Sao Paulo, dom Paulo Evaristo Arns, il quale ha commentato la notizia dicendo: «Zilda ha avuto una bella morte perché stava lavorando per una causa in cui ha sempre creduto». Era, infatti, nell’isola per presentare il lavoro della Pastorale dell’infanzia, da lei fondata nel 1983, che oggi assiste 1,2 milioni di famiglie in Brasile e si è estesa a un’altra ventina di nazioni. Un analogo impegno umanitario è costato la vita anche ai pastori protestanti statunitensi Samuel Dixon e Clinton Rabb, dirigenti dello United Methodist Committee on relief.

D’altro canto la mobilitazione mondiale per portare aiuto alla popolazione haitiana ha visto da subito in prima fila le Chiese, a tutti i livelli. Nel Paese, le comunità cristiane delle regioni risparmiate dal sisma si sono attivate per rispondere all’emergenza e le strutture religiose rimaste in piedi nelle aree colpite si sono aperte per fornire riparo o assistenza alle persone ferite o senza tetto, svolgendo un ruolo di supplenze rispetto a istituzioni statali già in precedenza fragili e di fatto annientate dal terremoto (oltre al Palazzo presidenziale, a Port-au-Prince sono crollati tutti i Ministeri, salvo quello della Cultura). Dall’estero il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), le Conferenze episcopali del continente, le Chiese locali dell’Europa e degli Stati Uniti (ma in pratica di tutto il mondo) hanno formato una rete di preghiera e raccolta fondi. Lo stesso hanno fatto le Chiese evangeliche, a livello denominazionale o nazionale, con i loro organismi diaconali e di cooperazione, a cominciare da Action by Churches Together international, legata al Consiglio ecumenico delle Chiese, a Diakonia, una federazione interprotestante di agenzie umanitarie, alla Presbyterian Disasters Assistance della Chiesa presbiteriana degli Stati Uniti.

In particolare la Caritas, sia quella haitiana, sia quella di altri Paesi, sia quella internazionale, è intervenuta con grande rapidità ed efficacia, inviando personale specializzato e distribuendo cibo, acqua, coperte, tende, medicine, kit di sopravvivenza, non solo in notevole quantità, ma con una capillarità senza paragoni. Molte organizzazioni di cooperazione allo sviluppo legate alle Chiese hanno inoltre evidenziato come gli effetti della calamità naturale siano stati enormemente amplificati dalle gravi condizioni di miseria in cui versava già la maggioranza della popolazione, in un Paese in cui il 76 per cento dei cittadini ha un reddito non superiore ai due dollari al giorno. «Quanto è avvenuto ad Haiti non è un disastro naturale, ma la manifestazione dell’ingiustizia e dell’oblio cui è stato sottomesso un popolo che vive a un’ora da Miami», ha dichiarato padre José Miguel de Haro, redentorista spagnolo, presidente dell’ong Accogliere e condividere, che ha molti progetti nell’isola. Tanti hanno sottolineato come la necessità di «ricostruire da zero» debba rappresentare un’occasione per rifondare il Paese su basi meno ingiuste e sostenibili dal punto di vista umano e ambientale, «senza perpetuare il controllo coloniale delle grandi potenze (Francia e Stati Uniti in testa) su Haiti».

Intanto negli Usa il pastore Pat Robertson, predicatore evangelico tra i più influenti nella destra religiosa, ha sostenuto che il cataclisma sarebbe l’ennesima conseguenza del «patto col diavolo» stretto due secoli fa dagli haitiani per ottenere l’indipendenza dalla Francia. Secca la replica dello scrittore brasiliano Luis Verissimo: «Il Dio vendicativo di Robertson non era di certo il Dio di Zilda Arns, che è morta ad Haiti lavorando per aiutare i poveri. Il suo era un Dio solidale. Purtroppo poca gente nel mondo è disposta a fare un patto come quello che Zilda aveva fatto con questo altro Dio».

Mauro Castagnaro – Jesus Febbraio 2010