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Gesù Torna il «Processo»

di Andrea Bisicchia

Quando, nel 1954, Orazio Costa propose a Paolo Grassi di portare in scena Processo a Gesù, la risposta non si fece attendere molto. Il socialista Grassi, l’inventore del «teatro pubblico» in Italia, non mostrò alcuna esitazione tanto da accettarne non solo la realizzazione, ma anche l’enorme impegno economico. Qualcuno accusò, allora, il direttore del Piccolo di tatticismi e compromesso. In verità, si trattò di una grande prova di coraggio ma soprattutto di libertà, in un momento in cui la drammaturgia d’ispirazione religiosa andava cercando nuovi adepti, capaci non dico di opporsi, ma di mettersi in dialettica con il teatro epico ed esistenzialista che imperversava in quegli anni. Al Piccolo non era ancora arrivato Brecht, si diceva per motivi censori. Ma farlo anticipare da Fabbri fu, per alcuni, la grande idea di Grassi, visto che l’anno successivo Strehler rappresenterà L’opera da tre soldi . Nel marzo del 1955, Processo a Gesù realizzò il più grande successo del Piccolo Teatro, collezionando esauriti e record d’incassi tanto che, quasi contemporaneamente, il testo fu rappresentato in quasi tutti i maggiori teatri tedeschi, a Vienna, Madrid, Buenos Aires, Londra, Montevideo, in Brasile, negli Stati Uniti, in Svezia. Tra il 1955 e il 1960, il cattolico Diego Fabbri divenne improvvisamente l’autore teatrale più Pfamoso al mondo, ripetendo il clamoroso successo de I sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello al quale, per certi versi, Processo a Gesù s’ispirava più nella struttura che nell’ideologia, giacché, mentre l’autore agrigentino relativizzava la ricerca della verità, Fabbri ne cercava l’assolutezza, nel senso che i suoi personaggi non andavano in cerca di una verità apparente quanto di una verità suprema senza la quale tutto sarebbe apparso fragile e caduco. È l’assoluto morale, più che ideale, quello che nasce dai dubbi e dalle inquietudini, e che interessa a Fabbri, anche a costo di sottoporlo a metodi inquisitori o a processi morali. Del resto Fabbri, tra il 1946 e il 1955, aveva avuto ampi riconoscimenti con testi come Inquisizione (1950, premio della Presidenza del Consiglio) e ottenuto grandi successi con Il seduttore (1951), rappresentato al Festival di Venezia con la regia di Luchino Visconti, con Processo di famiglia (1953), e infine con La bugiarda (1954), realizzata dalla Compagnia dei Giovani. Prima di Processo a Gesù, quindi, Diego Fabbri era già un autore affermato e lo sarà anche in seguito, giacché rimarrà presente sulla scena italiana fino alla scomparsa, avvenuta il 14 agosto del 1980. Mi sembra, pertanto, giusto che il Festival di San Miniato lo ricordi nel trentennale della sua morte con l’opera più significativa ed innovativa del teatro degli anni Cinquanta. erché innovativa? Perché Fabbri non solo fu l’inventore del «Teatro dei Processi morali», ma fu anche un anticipatore di quel «Teatro documento» che, nel 1968, rappresentò uno dei momenti più rilevanti della scena italiana ed europea: quella che portò in scena il tema della responsabilità della scienza dopo lo sgancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Fu ancora il Piccolo Teatro ad aprire un ampio dibattito sulla scienza, con la realizzazione del Galileo di Brecht, de Il caso Oppenheimer di Kipphardt, di Duecentomila e uno di Salvato Cappelli, così come aveva aperto un ampio dibattito sulla figura di Gesù e sulla posizione degli ebrei e dei cattolici, oltre che sull’ Ambiguità cristiana. Una delle sue riflessioni raccolta nel volume omonimo mi sembra alquanto emblematica: «È forse maturo il tempo perché la cristianità, la religione dell’amore, torni ad avere, dopo secoli, un grande teatro. Una comunità come la cristiana, intimamente partecipe di quella smisurata realtà drammatica, indicibilmente e socialmente progressiva, che è la vita del corpo mistico di Cristo, non può non ambire ad un suo grande inconfondibile teatro». Processo a Gesù fu il testo premonitore di una riscossa, quella che, ponendo Cristo come vittima espiatoria, incarnò il bisogno degli umili, dei sofferenti e di tutti coloro che hanno bisogno di lui, del suo amore, senza il quale il mondo continuerebbe a essere un luogo infernale. Dobbiamo, dunque, a Diego Fabbri l’invenzione di un teatro catartico, capace di sublimare la solidarietà e di legare al Cielo la Terra dei peccatori. Il processo si conclude con l’assoluzione di Gesù, da parte degli ebrei, nella quale risultava implicita la potenza della sua giustizia e il bisogno di speranza che c’è nell’uomo. Sarà proprio la speranza l’ultima battuta detta dal Maestro ne I promessi sposi alla prova di Giovanni Testori, andato in scena con la regia di Andrée Ruth Shammah nel gennaio del 1984.
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