Crea sito

Galantino: spazio all’informazione che provoca domande. Per la Chiesa in Italia la comunicazione è determinante

Per la Chiesa in Italia la comunicazione è determinante. Parola di monsignor Nunzio Galantino. “Se non investiamo seriamente sulla comunicazione – ha detto il segretario generale della Cei -, rischiamo l’irrilevanza e la marginalità”. Il vescovo di Cassano allo Jonio ha aperto con il suo intervento il Convegno su “Nuovi media e nuovo umanesimo”, organizzato da Anicec e promosso dall‘Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali e dall‘Università Cattolica del Sacro Cuore in occasione dei dieci anni del Direttorio Cei sulle comunicazioni sociali.

Galantino ha sottolineato lo “stile” che la Chiesa deve avere in fatto di comunicazione: quello della “Chiesa in uscita, che sappia e che voglia osare e che all’occorrenza non abbia paura di dire ‘qui ho un po’ esagerato, qui mi sono sbagliato’”. Gli atteggiamenti da evitare, dunque, sono soprattutto due. Da un lato quella che il segretario generale della Cei ha chiamato “la sindrome della moglie di Lot”, propria di chi, invece di guardare avanti, “cammina con la testa all’indietro”. Dall’altro la sfiducia e lo scoramento dei “professionisti del lamento”.

La comunicazione della Chiesa deve essere di tutt’altro genere. “Non troppo prevedibile, non una informazione da replicanti”, ha sottolineato. Spazio perciò a media cattolici che abbiano la capacità di “provocare domande, di educare alla domanda e offrire strumenti critici perché le domande possano essere sensate e portino a risposte concrete”. Galantino ha incoraggiato anche a fare sinergia tra i media ecclesiali. “Naturalmente il quotidiano deve fare il quotidiano, la radio deve fare la radio, la televisione e l’agenzia idem. Ma la nostra missione – ha detto – è prima di tutto una missione di comunione, ognuno con i mezzi che ha a disposizione”.

Da questo punto di vista, ha aggiunto il direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei, monsignor Domenico Pompili (LEGGI L’INTERVENTO) sarà importante “il portale che come Ufficio abbiamo avviato a realizzazione per il prossimo mese di gennaio”. “Il portale – ha aggiunto – sarà una piattaforma tecnologicamente avanzata, ma di facile accesso, per consentire in uno sguardo sinottico di rilasciare i contributi di ciascun medium, potenziando così la voce e l’immagine della comunicazione ecclesiale”.

Lo sguardo sul presente e sul futuro non ha fatto comunque perdere di vista il cammino compiuto negli ultimi dieci anni. Che cosa è rimasto del Direttorio Cei sulle comunicazioni sociali? A rispondere alla domanda è stato il vescovo Claudio Giuliodori, oggi presidente della Commissione episcopale per la Cultura e le Comunicazioni sociali, e all’epoca della pubblicazione direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei. “Sicuramente la prospettiva dell’umanesimo e dell’antropologia che sarà al centro anche del prossimo Convegno decennale di Firenze (novembre 2015) – ha ricordato -. E poi l’interazione con la cultura contemporanea, la formazione degli operatori pastorali e le sinergie tra media locali e nazionali”. La prospettiva nata esattamente vent’anni fa con la “svolta del Convegno di Palermo del 1995”, dove “nacque” anche il progetto culturale, attende di ricevere proprio da Firenze 2015 “nuova forza e valore per il nostro rinnovato impegno nel mondo dei media”.

Al dibattito hanno preso parte anche monsignor Paul Tighe, segretario del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, e di Chiara Giaccardi, ordinario di sociologia e antropologia dei media all’Università Cattolica.

direttori600CG1_3436_44409361.jpg

La giornata ha visto anche un interessante confronto tra i direttori dei vari medi cattolici sul tema “La comunicazione della Chiesa nell’era della convergenza mediale”, moderato da don Ivan Maffeis, vice direttore dell’Ufficio nazionale Comunicazioni sociali e presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo. L’immagine è quella della polifonia. O se si vuole dell’orchestra. Voci e strumenti che non rinnegano certo la loro identità e fanno udire ognuno il proprio suono, ma in accordo con gli altri. Così deve essere anche tra i media cattolici, nella nuova stagione delle sinergie che ci si appresta a vivere. “Fare rete per fare comunione”, ha detto il direttore del Sir, Domenico Delle Foglie. “Non pensarsi come una televisione a circuito chiuso, ma come una finestra aperta sul mondo”, ha aggiunto di direttore di rete di Tv2000, Paolo Ruffini. “Dire parole di speranza all’uomo disperato di oggi”, ha sottolineato il presidente della Fisc, la Federazione dei Settimanali cattolici, Francesco Zanotti. E Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, ha fatto notare: “I nostri media sono un giacimento di energie, un grande tesoro per il Paese. Non dobbiamo avere dunque complessi di inferiorità, perché possediamo le parole per dialogare proficuamente anche con chi non è credente”. Secondo il direttore di Avvenire, in un’epoca di “informazione selfie” che spesso si riduce a “mero elenco di notizie”, la “grande sfida” è costruire giornali e media alternativi, cioè “che prescindano il più possibile da certe fonti avvelenate dell’informazione”. Il cambiamento e la necessità della rete, ha poi ricordato Zanotti, riguardano anche “i giornali diocesani”, la cui vocazione specifica è quella di “raccontare storie che restano confinate nei territori, magari in quelle che Papa Francesco chiama periferie geografiche ed esistenziali”. “Le nostre testate – ha sottolineato il presidente della Fisc – in tal modo si fanno compagne di viaggio delle persone e ne ascoltano le vicende gioiose o dolorose, con i piedi ben piantati per terra, ma con lo sguardo rivolto all’infinito”. Anche questo è un modo di fare orchestra. Suonando con strumenti diversi la stessa musica.

© riproduzione riservata – avvenire.it