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Fortezza, la virtù dell’uomo mite

«La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rende capaci di vincere la paura e di affrontare la prova». (Catechismo, 1808)
La psicologia distingue passioni d’irascibilità e di concupiscenza. Lasciate a se stesse, le passioni sospingono il soggetto in modo disordinato e caotico. Assunte e governate, esse sono moderate e dirette al bene. Ad assumere e governare le passioni d’irascibilità è la virtù cardinale della fortezza. Esse sono quelle reazioni attive o passive che insorgono in presenza di eventi che provocano la nostra sensibilità, innescando moti di euforia o avvilimento, d’indignazione o apatia, di temerarietà o sgomento, d’irruenza o freddezza, di collera o paura. La fortezza ne contiene gli eccessi, riportandole sotto il potere cognitivo dell’intelligenza e deliberativo della volontà, al cui servizio esplicano il proprio potenziale d’impeto o di difesa. Senza la fortezza la persona non controlla le proprie reazioni. Succube di impeti e paure, il soggetto non agisce ma subisce.
Virtù cardinale, la fortezza è il nucleo di una costellazione di virtù particolari, relative alle diverse reazioni che si producono nel soggetto e che questi assume e dirige. In relazione a reazioni d’impeto e sdegno, la fortezza si fa virtù di distensione, pazienza, non-violenza, sopportazione, mitezza, docilità, silenzio, ascolto, tolleranza. In relazione a reazioni di sconforto e paura, la fortezza si fa virtù di coraggio, audacia, fermezza, prontezza, costanza, franchezza, coerenza, fedeltà, testimonianza. Ciascuna è una particolare forza di moderazione e governo dell’impulso provocato da un avvenimento: come, ad esempio, la pazienza davanti alla molestia, la mitezza e la non-violenza di fronte all’offesa, la tolleranza in presenza della diversità, oppure il coraggio dinanzi all’avversità, la tenacia nella tentazione, l’audacia nella prova, la costanza nella fatica.
Per il cristiano il principio della fortezza è in Dio: «Tutto io posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). È la forza degli inermi, che si esplica nella debolezza: «Quando sono debole, è allora che sono forte». (2Cor 12,20).

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