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Finardi: «Il mio grido in musica per un’umanità nuova»

Che futuro ha il cantautorato italiano? Visto che i trenta e quarantenni sembrano incapaci di lasciare segni di pensiero forte, stante il ritiro dalle scene di molti grandi (ultimi Fossati e Guccini)? Eugenio Finardi, padre nobile del genere, ha una risposta chiara: figlia di anni di sfide tra fado, blues, canzone politica e impegno sui valori, teatro e in ultimo jazz. «Personalmente parto sempre da ideali e passione. Per questo provo ancora a mettermi in gioco. Con una certezza, la trascendenza della musica che ne è il senso ultimo.

L’arte che ho scelto rimanda all’universale, e in ogni mio progetto porto la consapevolezza di questa dimensione che ci è essenziale e ci aiuta, unita alla convinzione che scrivere canzoni oggi debba rispondere alla diffusa paura di pensare e di confrontarsi, e alla necessità di ritrovare una bussola etica». Ora Finardi, che nel 2012 ha cantato Dio sul palco di Sanremo, nell’anno nuovo proverà a unire le parole delle sue canzoni al jazz del giovane sassofonista Raffaele Casarano: ma su YouTube c’è già una sua nuova canzone d’autore dal titolo esplicito, Nuovo Umanesimo. Una dichiarazione d’intenti chiara ed esplicitamente etica che recita «Ci vuole un Nuovo Umanesimo che ci faccia capire perché siamo così violenti / Così dipendenti / Da luoghi comuni, sostanze / Perfino idee / Non è questo il futuro».

Finardi, partiamo da un dubbio. Lei di recente ha persino cantato alla Scala e sono tantissimi e di segno sempre diverso i suoi ultimi lavori. Non teme che cambiando sempre linguaggio la sua ricerca di senso resti in secondo piano rispetto allo stupore di vederla cimentarsi in modi artistici così differenti?
In realtà no, perché ogni esperienza è figlia della precedente. Dal fado sono arrivato al Blues, da lì alle canzoni sul mistero, poi al cantare impostato e alla Scala. Certo sono scelte che pago: Ligabue o Baglioni non escono mai dal loro marchio, e questo economicamente rende di più. Ma la musica classica ci insegna che è la trasversalità che fa crescere.

Quanto c’è nel suo percorso di esplicitamente spirituale, al di là del suo approccio laico?
La musica è esperienza mistica e le parole innestate su di essa hanno effetti emozionali fortissimi, che aprono mondi esterni al materiale. È come un viaggio al centro della bellezza: almeno, dovrebbe esserlo. Sa, quando canto io scorgo un senso che trascende l’uomo e dà significato anche al suo dolore. L’ultima volta l’ho sperimentato con mia figlia in un coro gospel: lì l’intento religioso è chiaro, e cantando sentivo la fatica dell’essere uomini come la grandezza dell’orizzonte in cui siamo inseriti.

Però nel nuovo brano cita il rischio che la religione sia solo fonte di «ombre evanescenti»…
Il rischio, appunto. I più grandi motivatori dell’uomo sono l’amore, la spiritualità e l’avidità. È da lì che si giunge ad amare o a uccidere. A Sanremo ho cantato il bisogno della spiritualità, qui canto come viviamo seguendo vari vitelli d’oro, col “dio” denaro senso e misura di tutto. Canto il fallimento dell’ideologia liberista, che porta a un egoismo vissuto come normalità del vivere. E canto gli ideali della giustizia universale, che dovremmo ritrovare, gli stessi che rappresentava molto bene il cardinale Martini. È questione di ricordarci che siamo esseri umani, come possiamo vivere così? C’è persino paura di pensare…

E la canzone d’autore può ancora dire queste cose?
Sa, soprattutto ne ho bisogno io, di dirle. Il punto è che cantandole ho visto che riscuotono consenso. È un urlo che mette a confronto più generazioni, e vedo che tutte condividono un’esigenza evidentemente silenziosa: che i valori, l’etica, la religione, la cultura, ritornino al centro della vita umana.

Pensa che sarà a teatro che lo griderà nel 2013?
Noi artisti dobbiamo anche essere elastici, oggi, e andare dove si può. Io dialogo spesso e volentieri con le associazioni dei disabili, dove mi chiamano per l’esperienza con mia figlia down. Non è necessario lo spettacolo tradizionale: conta dialogare, la gente ha bisogno di calore, di musica come spazio di incontro, riflessione, gioia. E si fida di noi cantanti come fossimo amici: è una responsabilità da non dimenticare. Mai.

Anche la sua sfida jazz va in questa direzione?
Molto. Intanto lì dialogo con musicisti giovani, non sono in primo piano e posso perdermi nella dimensione spirituale della musica. Certo molto va sistemato, abbiamo fatto poche date e alcuni brani non hanno una dimensione giusta. Ma cresceremo sul palco.

L’Umanesimo Nuovo del nuovo Finardi è certezza o speranza, per dirla alla Gaber?
Eh, sono lontano dalle sue certezze. Mi turbano il rischio del militarismo, la macchina dell’odio su troppi fronti, la battaglia alla consapevolezza della gente prima ancora che alla sua libertà. Giorgio è sempre stato più avanti. Questo pezzo oggi è un manifesto di cui altri due inediti, Maya e Passerà, esplicitano i fondamenti: tornare agli ideali il primo, la saggezza di mio padre scampato a Mauthausen il secondo. Perché l’ultima cosa che mi disse fu: ricorda, tutto passerà, resterà solo il bene che abbiamo fatto. E ripensando a quelle parole il mio unico rammarico è che forse avrei dovuto iniziare prima, a osare e gridare.

Andrea Pedrinelli – avvenire.it