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Figlio, Servo e Agnello, ecco il mistero di Cristo

Nei presepi, accanto ai pastori cui fu destinato il primo annuncio della nascita del Salvatore, non mancano pecore e agnelli, così nell’iconografia della natività compare, specie dall’epoca della Controriforma, un agnello con le zampe legate, pronto al sacrificio. Quello che a un primo sguardo potrebbe essere riconosciuto come l’attributo necessario per l’identificazione del pastore, si rivela invece un simbolo cristologico vero e proprio.

La celebrazione del Natale è tardiva e nacque a seguito di una più profonda lettura del mistero pasquale di Cristo. L’uomo dei dolori iniziò l’opera della Redenzione fin dal primo vagito e, nelle prime iconografie del Natale, la mangiatoia era assimilata al sepolcro. Cristo più di ogni altro uomo è nato per morire.

Così, guardando a Colui che è, l’Eterno Figlio del Padre, si guarda anche al Servo sofferente di Javhè cantato dal profeta Isaia, libro che accompagna peraltro la liturgia dell’Avvento. In aramaico uno stesso vocabolo, taljā, indica servo e agnello, ma in greco un altro vocabolo, pais, indica sia servo che figlio. Viene così a crearsi – attraverso due lingue comunemente parlate al tempo di Gesù in Palestina, una sorta di circolo ermeneutico dove Figlio, Servo e Agnello indicano insieme il mistero di Cristo. El Greco (1541–1614) in una delle sue Adorazione dei Pastori, quella che originariamente doveva essere inserita nel retablo del Colegio Doña María de Aragón a Madrid -oggi smembrato-, spacca in due la scenografia: in alto un tripudio di angeli che cantano il Gloria, in basso la scena della Natività.
Qui, accanto a un pastore inginocchiato, vediamo un agnello legato e un bastone. La guida promessa a Israele (significata nel bastone), si realizza in questo un Figlio che, incarnando i canti del Servo sofferente di Javhè, si rivela quale Agnello pasquale che compie tutti i sacrifici. Colpisce, infatti, come la posizione di Gesù bambino e dell’agnello sia simile e come la luce che sprigiona dal Cristo sembri investire soprattutto l’animale. Lega le due figure, la Vergine Maria mediante il suo abito, rosso sangue, che cade pesantemente sulla pietra, proprio vicino all’agnello legato. L’edificio diroccato che accoglie il presepe completa la simbologia: il Messia, secondo il profeta Amos, in quel giorno rialzerà la capanna di Davide che è caduta e ne riparerà le rovine (Am 9, 11).

Questo bambino è l’Atteso da Israele, il Servo sofferente capace, mediante il suo sacrificio, di restaurare tutte le cose nella loro originaria bellezza. Un analogo simbolo compare anche in altre tele come l’Adorazione dei Pastori di Jacopo Bassano (1544 Royal Collection, Windsor), o dello Zurbaran (1638-39 Musée des Beaux-Arts, Grenoble). Lo stesso Zurbaran, realizza poi una tela impressionante intitolata Agnus Dei, dove compare semplicemente un agnello legato per il sacrificio. Il grande realismo con cui è reso l’animale viene mitigato dall’aureola e dallo sguardo umanissimo dell’animale che rimandano inequivocabilmente a Cristo, Agnus Dei qui tollis peccata mundi.

avvenire.it

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