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FESTA DELL’8 MARZO «Se non ora quando» La mimosa rifiorisce

Un milione di donne sotto altrettante bandiere rosa. Un unico colore per dire, a un Paese che stenta a guardarle in faccia, di considerarle per ciò che sono: risorse preziose di cui non si può fare a meno. Sono passati due anni da quando, il 13 febbraio 2011, migliaia di donne si diedero appuntamento in cento piazze d’Italia sotto lo slogan “Se non ora quando”. Amareggiate dall’immagine che del mondo femminile si continuava a proporre – erano i tempi del bunga bunga e dello scandalo Ruby – scelsero le strade cittadine per una grande mobilitazione capace di accendere i riflettori sulle donne normali. Quelle che lavorano ogni giorno, che subiscono le dimissioni in bianco, che si impegnano per la famiglia. Ai tanti volti noti del femminismo anni Settanta, quel giorno si unirono anche moltissime giovani che con una certa politica e con le facili catalogazioni non volevano avere nulla a che fare. Anche nella replica in tono minore, dieci mesi dopo a Roma, la voglia di sanare quella frattura tra le “donne-copertina” e le donne autentiche era rimasta la stessa. E adesso? Che fine hanno fatto le protagoniste di “Se non ora quando”?

La fiammata della grande rivoluzione culturale in rosa, alla quale in tanti hanno guardato con speranza e simpatia, non si è intiepidita. E infatti i 180 comitati, nel frattempo nati sui territori, continuano a lavorare «per rafforzare e far crescere la consapevolezza sul ruolo delle donne nella società – assicura Donatina Persichetti, tra le promotrici del movimento – per colmare nel locale il gap culturale». E, guardando sui siti regionali del movimento, non si può darle torto. Le iniziative sulla violenza domestica, sulla salute al femminile, sulla maternità negata sono state una costante in questi ultimi ventiquattro mesi. In vista delle elezioni politiche, poi, hanno dettato la loro agenda e sottoscritto a Roma un manifesto con undici richieste ai candidati: lavoro, parità, welfare, diritti. «Abbiamo scandagliato i programmi di partito – continua – e spinto perché ci fossero più donne nelle liste elettorali. Il risultato si è visto».

E la poca visibilità? Problema di costi – ammettono – ma anche di opportunità. Scendere in piazza in campagna elettorale, sarebbe stato politicizzare il movimento, che invece vuole restare trasversale. L’orizzonte europeo è il fine ultimo, anche se «la trasversalità è complessa», dice Silvia Costa (Pd), nel comitato centrale. Pare sia in atto una riflessione interna, per evitare di perdere pezzi, tra chi «vorrebbe fare una scelta di campo e chi, come me – aggiunge l’eurodeputato – crede sia più forte un movimento che responsabilizzi tutte le forze politiche sulle tematiche femminili».

La voglia di cambiamento c’è ed è forte. Dopo una prima fase «di presa di coscienza collettiva», ciascuno ora sta lavorando nei propri campi di competenza, dal sociale allo spettacolo, per portare avanti la cultura del rispetto e della differenziazione dei ruoli all’insegna della reciprocità. Mai come in questo momento la violenza sulle donne in tutti i campi fa notizia. «Stiamo distruggendo una cultura, quella femminile» è il pensiero di suor Eugenia Bonetti, tra le prime sostenitrici di “Se non ora quando”. La questione di fondo è che si deve lavorare insieme, anche con gli uomini, «per affermare la specificità e i principi delle donne, un ruolo che non possiamo delegare a nessuno. Il rischio è sempre lo stesso: perdere una generazione».​

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Alessia Guerrieri – avvenire.it