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Fedeli al Dio del non ancora

Un giorno un passero finì all’interno di una grande casa luminosa, e vi volò libero e felice. Ad un certo punto qualcuno chiuse la finestra dalla quale era entrato, e tutte le altre finestre della casa. L’uccellino vedeva oltre i vetri trasparenti il suo cielo: cercava di raggiungerlo ma picchiava solo la testa sulle finestre chiuse. Provò più volte, finché non vide, sul lato opposto, una porta che dava in un corridoio buio, buissimo. Preso dalla disperazione intuì che se c’era una via di salvezza per tornare nel suo cielo quella doveva trovarsi solo dentro quel buio, al di là della porta scura. E così si gettò giù per il nero delle scale. Urtò per molti spigoli, si ferì, spezzò la punta di un’ala, ma non smise di continuare a sprofondare, non si fece vincere dalla paura del buio e dal dolore. Finché, in fondo al grande buio, intravvide una luce: era la stessa luce dalla quale era venuto.

Siamo arrivati alla fine dei dialoghi tra Giobbe e gli “amici”. Imprigionati dentro le loro etiche e teologie ideologiche non riescono a vedere il vero uomo Giobbe, e continuano a biasimare e a condannare il suo fantasma, disegnato perfettamente al fine di confermare le loro teorie. Giobbe non si è accontentato delle risposte perfette alle domande facili e banali, avrebbe voluto che qualcuno prendesse sul serio, anche senza rispondere, le sue domande difficili e disperate.

Ma soprattutto non può accettare un’idea di Dio che per affermare la propria grandezza umilia e denigra gli esseri umani, negando la loro verità e innocenza, come invece continua a sostenere Bildad: «Neppure la luna è pura, neppure le stelle immacolate. E il verme uomo, la larva uomo, è la cosa più impura» (25,5-6). E Giobbe rispose: «Bell’aiuto hai prestato al debole! Bel sostegno a un braccio sfinito! Bei consigli hai suggerito all’ignorante, che belle prove di sottigliezza! A chi hai rivolto le tue parole? Quale spirito parla in te?» (26,1-4). È come se Giobbe chiedesse a Bildad: a chi parlavi veramente mentre dicevi di parlare con me? Catturati dalla loro ideologia, Bildad e i suoi amici avevano via via perso lungo la strada Giobbe, e i dialoghi si erano trasformati in monologhi: non avevano più incrociato gli occhi della vittima, e così avevano parlato “di Giobbe” non “a Giobbe”.

È forte questa domanda di Giobbe alla fine dei “dialoghi”, perché denuncia un reato grave compiuto dagli amici, forse il più grave dentro l’umanesimo biblico: avevano tradito la parola. Come i maghi, gli idolatri e gli aruspici avevano strumentalizzato le parole svuotandole della loro verità.

Per ogni persona che parla, soprattutto quando parla e scrive pubblicamente, deve arrivare il momento in cui chiedersi: “A chi sto, veramente, parlando? Per chi sto, veramente, scrivendo? E che posto ha la verità nella mia parola?”. Sentire l’urgenza dell’onestà della parola è una tappa fondamentale nella vita di chi parla e scrive, e quindi praticamente nella vita di tutti; perché è sempre forte la tentazione di usare e strumentalizzare la parola e sganciarla dall’umile e difficile verità, zittire l’unico “spirito” vero per adorare gli spiriti falsi e mortiferi degli idoli. Una tappa decisiva, che può anche non arrivare mai. La lettura onesta di Giobbe è un grande aiuto per far emergere la possibilità di questa tappa. Quando invece questo momento decisivo non arriva, o quando posti davanti al bivio scegliamo di dar voce allo spirito sbagliato, la parola perde la sua forza creativa ed efficace, diventa esercizio formale, tecnica da usare a proprio vantaggio. La parola usata e non rispettata è sempre parola abusata, perché smarrisce la sua natura più profonda e vera, la gratuità, che è la posta in gioco nella scommessa tra Elohim e il Satana, con cui si apre il libro e che lo informa interamente.

È dentro questa “economia” della parola e delle parole che si capisce, con tutta la sua forza scandalosa, il “giuramento”di Giobbe, uno dei capolavori del libro: «E alzando il tono della sua profezia, Giobbe dice: “Per il Dio vivo che mi nega giustizia, e per Shaddai funesto alla mia vita. Finché il respiro mi resterà, finché avrò nel mio naso il soffio di Elohim, le mie labbra non mentiranno. Dalla mia lingua non uscirà impostura. Dio mi guardi dal darvi ragione. Fino alla morte mi dirò innocente. … Il mio cuore non ha vergogna di me. Chi mi è nemico sia condannato. Chi è contro di me sia incolpato”» (27,1-7). Giobbe può fare ora questo giuramento perché ha custodito fin qui la verità delle sue parole. Solo chi è fedele alle parole può chiedere tutto.

Questo tipo di giuramento era la forma più solenne di confessione di innocenza, che veniva pronunciato solo in casi di particolare gravità. Quando l’accusato faceva questo giuramento di innocenza, si sospendeva il processo e l’imputato si rimetteva direttamente al giudizio di Dio “Deuteronomio” 17,17-19), sapendo di andare incontro alla pena di morte se Dio confutava la sua innocenza. La pazzia meravigliosa e disperata di Giobbe sta nel paradosso che continua a spingere fino alle sue estreme conseguenze. Pronuncia il suo giuramento estremo in nome di Dio, ma lo chiama «il Dio vivo che mi nega la giustizia, Shaddai funesto alla mia vita». Chiede di essere liberato da tutti gli avvocati, sciolto da tutti i giudici umani, per ottenere finalmente giustizia da quel Dio che gliela sta negando, poiché nel suo processo grandioso Elohim non è il giudice imparziale di ultima istanza, ma il suo avversario: «Sia il mio nemico a risultare colpevole, e ingiusto il mio avversario» (27,7). Da questo paradosso non riusciamo a uscire, e se dovessimo uscirne perderemmo la dimensione più rivoluzionaria e liberatrice del libro di Giobbe. Se Giobbe è l’immagine e la voce delle vittime innocenti della storia, e se Dio è quello buono e giusto dell’Alleanza, il paradosso di Giobbe non ha soluzione, e qualsiasi teologia amica dell’uomo e della verità deve trovare il proprio posto dentro il paradosso di Giobbe, senza tentare scorciatoie (delle quali, purtroppo, è piena la terra).

Giobbe nello sviluppo del suo dramma ci sta dicendo allora qualcosa di grande importanza: la prima gratuità è quella della parola. Per sospendere o alleviare le sue sofferenze avrebbe potuto strumentalizzare e non rispettare la verità della sua parola, e seguendo i consigli dei suoi amici chiedere una misericordia falsa. Se avesse fatto questo, il Satana avrebbe vinto la sua scommessa. La gratuità della vita, del cuore, dell’anima è sempre gratuità della parola. Se si perde contatto con la verità della parola e delle parole si perde contatto con la verità della vita, e quindi tutto diventa strumentale, utilitaristico, “economico”, proprio come le teologie dei suoi amici, false perché senza gratuità. E così, quando proviamo a chiamare le cose, gli altri, noi stessi per nome, ci torna indietro soltanto una eco muta.

Qui ci si apre un orizzonte di grande significato. Capiamo, ad esempio, perché molte persone hanno perso la vita quando, sotto tortura (come e più di Giobbe) si sono rifiutate di dire parole (rinnegare la propria fede, tradire un amico) che le avrebbero salvate ma avrebbero tradito qualcosa di più grande e di sacro: la loro verità dentro le verità custodite dalle parole. YHWH-Elohim è una voce, solo una voce che non si vede, e tutta la sua forza sta nella sua parola. Allora la verità della fede e della vita si gioca interamente sulla verità delle parole di Dio e delle parole umane. L’Alleanza è un incontro di parole umane e divine, e se vuole essere vera e non solo rito magico idolatrico, ha un bisogno radicale di gratuità da ambo i lati del patto. La nostra età fa una enorme, a volte invincibile, fatica a capire la Bibbia e le altre grandi parole del mondo perché abbiamo perso contatto con la verità e gratuità delle nostre parole umane.

In un mondo di chiacchiere anche la parola biblica viene associata all’infinito nulla delle nostre parole tradite. E non capiamo più i poeti, che sulla terra delle parole svuotate e usate senza gratuità, diventano novelli Giobbe, torturati dagli “amici” e dall’ideologia “economica” che domina anche il nostro tempo: «Si battono le mani contro di lui e si fischia di scherno su di lui» (27,23). Dove regna il disprezzo per la verità delle parole, prosperano i falsi poeti, che si impadroniscono delle parole a scopo di lucro, e le fanno morire. Giobbe può pronunciare questo giuramento solenne sulla base di due fedi. La fede-fedeltà nel Dio vivo che dovrà un giorno rivelare qualcosa di sé che ancora non appare, e la fede-fedeltà alla voce vera che gli parla dentro, alla sua “ruah”, a quello spirito-soffio che gli dice la sua innocenza. È dentro la sua coscienza sincera e vera che intuisce la possibilità della rivelazione di un Dio che non vede ancora: è lì che Giobbe attende il messia, e noi insieme a lui. La terra promessa può incominciare dentro il suo cuore che “non ha vergogna” di lui. In nessuna notte si muore veramente finché riusciamo a non vergognarci del nostro cuore.

Se siamo stati capaci di continuare a credere alla possibilità di un “Dio vivo” dopo i campi di concentramento, dopo le morte dei figli e dei bambini, è perché sulla terra ci sono state e ci sono persone che, come Giobbe, hanno continuato a cercare volti diversi di Dio ancorati alla verità della loro coscienza, perché la sentivano abitata dal “Dio del non ancora”. Ma soltanto la fedeltà estrema alla gratuità delle nostre parole ci può far capaci di vedere un cielo più alto e più vero.

l.bruni@lumsa.it

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