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Evangelizzare oggi: «Vino nuovo in otri nuovi» (Mc 2,22)

di Silvio Sassi – Vita Pastorale Novembre  2012

Nella storia Padri della Chiesa il vino del vangelo di Gesù è da sempre nuovo, ma lo sono anche gli otri dell’evangelizzazione affidata a tutto il popolo di Dio? La comunità ecclesiale ringrazia la Provvidenza ed esprime riconoscenza nei confronti di Benedetto XVI per aver posto in connessione due eventi importanti: l’indizione dell’Anno della fede e la scelta del tema “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”, affidato alla XIII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi.

Benedetto XVI presiede all'apertura dei lavori del Sinodo dei vescovi in Vaticano, 8.10.2012

Benedetto XVI presiede all’apertura dei lavori del Sinodo dei vescovi in Vaticano, 8.10.2012 (ANSA).

Se il dono della fede è vissuto in profondità, è un’esperienza che non resta solitaria perché crea la necessità, che si trasforma in urgenza, di condividerla con altri. San Paolo l’ha sintetizzato con: «Guai a me se non annuncio il Vangelo» (1Cor 9,16). Quando la vita di fede si chiude in sé stessa si pone nella condizione di bloccarsi nel suo sviluppo perché «la fede si rafforza donandola!», afferma Giovanni Paolo II (Redemptoris missio 2). Ciò che vale per la fede di ogni battezzato sfocia nella fede di tutta la Chiesa: «Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare » (Paolo VI, Evangelii nuntiandi 14).

Cristo «convoca la Chiesa affidandole l’annuncio del Vangelo, con un mandato sempre nuovo. Per questo anche oggi è necessario un più convinto impegno ecclesiale a favore di una nuova evangelizzazione per riscoprire la gioia nel credere e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede» (Benedetto XVI, Porta fidei 7). Riscoprire “la gioia nel credere”, valorizzando in pieno il concilio Vaticano II e il Catechismo della Chiesa cattolica, per «ritrovare l’entusiasmo di comunicare la fede», con una nuova evangelizzazione è l’opportunità che sta vivendo la Chiesa universale. È lecito, anche solo con uno sguardo rapido ma che includa le Chiese di tutti i continenti, interrogarsi su come si stia realizzando nella pratica questo connubio ideale tra la riscoperta della fede e la sua comunicazione.

Una risposta ovvia consiste nell’affermare che la realizzazione di tale mobilitazione ecclesiale dipende da che cosa e da come, dopo cinquant’anni, è stato assimilato il concilio Vaticano II e dai problemi concreti di nuova evangelizzazione che si pongono in ogni comunità cristiana oggi. Per evitare che l’avvenimento del concilio Vaticano II, avvenuto cinquant’anni or sono anche se completato con tutto il periodo post conciliare incluso il Catechismo della Chiesa cattolica, non sia collegato con le ragioni che hanno motivato Benedetto XVI a promuovere una nuova evangelizzazione, non possiamo agire in due tempi o in iniziative disgiunte: prima la memoria del Vaticano II e poi i problemi della nuova evangelizzazione. Penso, invece, che dobbiamo adottare una metodologia che crei un ponte di scambi efficaci tra i due eventi e che possiamo individuare nello “spirito” con il quale Giovanni XXIII ha convocato il concilio Vaticano II. Indicando il compito del Concilio, Giovanni XXIII precisa: «È necessario, anzitutto, che la Chiesa non si discosti dal sacro patrimonio della verità, ricevuto dai presente, alle nuove condizioni e forme di vita introdotte nel mondo moderno, le quali hanno aperto nuove strade per l’apostolato cattolico. […]

Il nostro dovere non è soltanto di custodire questo tesoro prezioso, come se ci preoccupassimo unicamente dell’antichità, ma di dedicarci con alacre volontà e senza timore a quell’opera che la nostra età esige, proseguendo con il cammino che la Chiesa compie da venti secoli» (Discorso di apertura, 11 ottobre 1962). Nel discorso di apertura della seconda sessione, Paolo VI riafferma il programma tracciato da Giovanni XXIII rivolgendosi direttamente a lui: «Hai ravvivato nella coscienza del magistero ecclesiastico la persuasione dover essere la dottrina cristiana non soltanto verità da investigare con la ragione illuminata dalla fede, ma parola generatrice di vita e di azione» (29 settembre 1963). Da poco concluso il Vaticano II, gli avvenimenti del maggio 1968 sono l’avvio di massa di un cambiamento culturale che rende in poco tempo obsoleta l’immagine del mondo con la quale ha voluto dialogare il Concilio e, dopo cinquant’anni, la società e la cultura hanno acquistato una fisionomia inedita. Credo che sia a partire dal contesto in cui viviamo oggi, approfondendo quanto abbozzato nella descrizione dei sette “scenari” di cui parla l’Instrumentum laboris del Sinodo (51-67), che possiamo riprendere i testi del Vaticano II per trovare in essi le convinzioni teologiche, ecclesiologiche e pastorali da tradurre in conseguenze operative per realizzare una nuova evangelizzazione.

Roma, 16.10.1962: il beato Alberione con monsignor Antonio Bergamaschi, vescovo di San Marino-Montefeltro

Roma, 16.10.1962: il beato Alberione con monsignor Antonio Bergamaschi, vescovo di San Marino-Montefeltro (foto GIULIANI).

Le necessità dell’evangelizzazione di oggi ci possono aiutare a individuare ciò che del Vaticano II resta una formulazione ancora feconda, ciò che è ancora valido ma non ha avuto in cinquant’anni il necessario sviluppo e ciò che bisogna rielaborare per rispondere ai nuovi contesti di vita. Occorre interrogare i testi del Vaticano II con le esigenze di una nuova evangelizzazione per gli uomini di oggi, formulate dai Papi che hanno guidato il periodo post conciliare fino a oggi in Evangelii nuntiandi, Redemptoris missio, Verbum Domini. Nel 1926 il beato Giacomo Alberione, spiegando perché aveva dato origine nel 1914 al carisma paolino per «una predicazione scritta, accanto alla predicazione orale», afferma: «Il mondo ha bisogno di una nuova, lunga e profonda evangelizzazione». Fedeli allo spirito alberioniano, possiamo richiamare l’attenzione sullo “scenario comunicativo” (Instrumentum laboris 59-62) per esemplificare, con indicazioni autorevoli, come le necessità della comunicazione attuale richiedono una rielaborazione della proposta della fede che non sia semplice “trasmissione di verità”. Giovanni Paolo II, trattando di evangelizzazione e comunicazione, ha socchiuso una porta che non è stata molto spalancata in seguito con approfondimenti coraggiosi: «L’impegno nei mass media non ha solo lo scopo di moltiplicare l’annuncio: si tratta di un fatto più profondo, perché l’evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso. Non basta, quindi, usarli per diffondere il messaggio cristiano e il magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa “nuova cultura” creata dalla comunicazione moderna.

È un problema complesso, poiché questa cultura nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici. Il mio predecessore Paolo VI diceva che “la rottura fra il Vangelo e la cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca”, e il campo dell’odierna comunicazione conferma in pieno questo giudizio » (Redemptoris missio 37c). Nella stessa prospettiva di stimolo alla ricerca due frasi di Benedetto XVI. Nel suo messaggio per la XLV Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2011, il Papa constata: «Le nuove tecnologie non stanno cambiando solo il modo di comunicare, ma la comunicazione in se stessa, per cui si può affermare che si è di fronte ad una vasta trasformazione culturale». Nel suo discorso del 28 febbraio 2011 alla Plenaria del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali il Papa precisa: «Non si tratta solamente di esprimere il messaggio evangelico nel linguaggio di oggi, ma occorre avere il coraggio di pensare in modo più profondo, come è avvenuto in altre epoche, il rapporto tra la fede, la vita della Chiesa e i mutamenti che l’uomo sta vivendo».

Se la “nuova evangelizzazione” vuole essere comunicazione, occorre tenere ben chiara la coscienza che: «Non basta dire per essere intesi. Quando il destinatario era in fondamentale sintonia col messaggio, per la sua cultura tradizionale permeata di cristianesimo, e al tempo stesso globalmente ben disposto nei suoi riguardi, a motivo di tutto il contesto socio-culturale, poteva recepire e comprendere ciò che gli veniva proposto. Nell’attuale pluralità culturale, occorre coniugare l’annuncio e le condizioni della sua ricezione» (Per una pastorale della cultura 25).