Etologia. Che cosa si muove nella “mente” degli animali?

Un gruppo di elefanti nel parco nazionale di Amboseli, in Kenya / Epa/Dai Kurokawa

da Avvenire

«Gli animali sono esseri senzienti, non cose. A molti sembrerà ovvio, ma per la politica e per il diritto non è così». La parlamentare e attivista Michela Vittoria Brambilla ha presentato una proposta di legge costituzionale per riconoscere gli animali come esseri capaci di sensibilità. Giusto? Eccessivo? Vi sono studiosi che dedicano l’intera vita professionale alla sistematica conoscenza dei comportamenti animali. Possiamo essere più o meno interessati a questo tipo di attività, ma non possiamo prescindere da chi le conduce prima di emettere sentenze in proposito. Si può infatti affermare che per la prima volta, nei decenni recenti, si è avuta la volontà e la possibilità tecnica di instaurare rapporti di prossimità con specie selvagge, grazie a risorse che permettono un avvicinamento sicuro e mezzi di documentazione avanzati. In altre parole, è solo un’ipotesi, stiamo forse scoprendo solo ora ciò che da sempre era di fronte a noi ma non era facile vedere (e questa è di certo una specificità di noi umani, dato che gli altri animali non ci scrutano secondo un progetto specifico). Prendiamo i racconti sul senso della morte nei pachidermi, per lo più interpretati come leggende o esagerazioni. I monitoraggi regolari consentono di andare più a fondo, anche se per molti resoconti la qualificazione di scientificità rimane aperta. «A volte gli elefanti coprono i compagni morti con terra e vegetazione, il che fa di loro, io credo, gli unici animali oltre all’uomo che apprestino semplici sepolture. In diversi casi documentati lo hanno fatto anche con esseri umani». 

Davvero gli elefanti piangono la perdita dei loro cari? E noi possiamo saperlo?, si chiede Carl Safina, che sul mondo animale e sul mondo umano ha scritto un libro ampio, documenta- to, potente e anche discutibile in alcuni aspetti ( Al di là delle parole. Che cosa provano e pensano gli animali; Adelphi, pagine 688, euro 34,00). Per farlo, ha condiviso un periodo con coloro che seguono gli animali ogni giorno, arrivando a ‘conoscerli’ individualmente e a interpretarne la condotta. Secondo un ricercatore intervistato dall’autore nel 2013 in Kenya, come parte di uno studio venne diffuso, attraverso altoparlanti nascosti nella vegetazione, il richiamo registrato in precedenza di una elefantessa morta. Il risultato fu questo: «I familiari della deceduta, come impazziti, la chiamarono e la cercarono dappertutto. La figlia continuò a chiamarla per giorni. Quei ricercatori non fecero mai più una cosa simile». 

Chi scrive ha provato un moto di commozione nel leggere queste righe. Probabilmente, un sentimento passeggero simile verrà suscitato in molti lettori. Non basta questo aneddoto per fare sì che ci si interessi o addirittura ci si dedichi alla sorte dei pachidermi africani minacciati da nostri simili. Ma qualcuno lo farà. Biasimare chi crea l’illusione che un congiunto di un gruppo di elefanti sia ancora vivo, procurando loro inutile sofferenza, è certamente commendevole. Presuppone tuttavia qualcosa di più che un’empatia spontanea. Sottintende che gli elefanti abbiano una vita psichica assai simile alla nostra, che include nostalgia per i trapassati e desiderio di riabbracciarli. Constatazione banale per qualcuno, materia su cui essere agnostici per la maggioranza degli etologi, almeno fino a poco tempo fa, e quasi un’eresia per gli ‘eccezionalisti umani’. Non possiamo nemmeno non essere sorpresi e toccati anche da una vicenda come quella di Mama, la scimpanzé morente, accasciata e inappetente nello zoo di Arnhem, che all’improvviso si riscuote quando riconosce il ricercatore che non vedeva da anni e lo abbraccia delicatamente (il video è disponibile su YouTube ed è oggetto del più recente libro del primatologo Frans de Waal, Mama’s Last Hug, Granta Books). 

D’altra parte, se si fa propria una visione continuista delle specie che non vede salti qualitativi, ma solo differenziazioni adattative, può sembrare ben povera cosa quello che le altre specie provano e fanno di fronte ai picchi di altruismo, finezza emotiva, intelligenza e creatività coscienti di cui sono capaci gli esseri umani. Un criterio che potrebbe aiutare a districarci riguarda la capacità che gli esseri viventi, in diverso grado, hanno di provare dolore e diventare consapevoli di sé e del mondo. I polpi sono molluschi come gli altri cefalopodi di cui parla Peter Godfrey-Smith in un’opera che unisce osservazione marina diretta e sofisticata riflessione evoluzionistica e filosofica (Altre menti. Il polpo, il mare e le remote origini della coscienza; Adelphi, pagine 308, euro 22,00). A parere di molti, i polpi rappresentano animali lontani da quelli che definiremmo intelligenti, dotati di mente e di coscienza. Eppure, ancora una volta, se siamo disposti ad approfondire senza pregiudizi, numerosi indizi emergono e vanno a cozzare contro le nostre conoscenze superficiali. Il polpo non ha parti dure e può deformarsi in modi quasi illimitati, essendo capace di infilarsi in un buco grande come un suo occhio. È dotato di circa 500 milioni di neuroni distribuiti in tutto il corpo, compresi gli 8 tentacoli. La sua fisiologia non è ancora perfettamente compresa, ma vi sono crescenti testimonianze di quella che chiameremmo intelligenza. «In almeno due acquari, alcuni polpi hanno imparato a spegnere le luci quando nessuno li guardava, lanciando dei getti d’acqua sulle lampadine e mandando così in corto circuito l’impianto elettrico. In Nuova Zelanda, alla University of Otago, il problema divenne così dispendioso che i polpi dovettero essere messi in libertà». 

Nella linea evolutiva del polpo, il cervello, come per altre specie, ha inizialmente una funzione legata al coordinamento dell’azione. Ma altre capacità possono emergere semplicemente grazie alla complessità neuronale. Godfrey-Smith, da filosofo con competenza scientifica, in merito alla percezione del dolore traccia una persuasiva distinzione tra senzienza e coscienza. Allorché ci chiediamo se un dato animale soffre, tendiamo ad associare questa capacità passiva alla coscienza intesa nel senso di provare qualcosa a essere noi stessi e, sostanzialmente, alla coscienza che gli umani sperimentano. In realtà, ci si potrebbe domandare se il calamaro, quando subisce una lesione, provi qualcosa e qualcosa di negativo. Se così accadesse, non sarebbe necessario postulare una coscienza; sarebbe sufficiente riconoscergli di essere senziente. Ovvio per qualcuno, si diceva. Per tutti possibile materia di riflessione.

Be Sociable, Share!
Precedente La Fao: sono 113 milioni le persone che soffrono di «fame acuta» Successivo Video. Autismo, Fisdir: lo sport è un diritto per tutti