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Esegesi – IV domenica di Quaresima – Anno A 30 Marzo 2014

Da: “Lectio Divina sui Vangeli festivi” A. Cilia. ©Elledici

Esegesi del brano Gv 9, 1-41

Chiave di lettura

Il testo del Vangelo di questa quarta domenica di Quaresima ci invita a meditare la storia della guarigione di un cieco nato. È un testo ridotto, ma molto vivo. Abbiamo qui un esempio concreto di come il quarto Vangelo riveli il senso profondo nascosto nei fatti della vita di Gesù. La storia della guarigione del cieco ci aiuta ad aprire gli occhi sull’immagine di Gesù che ognuno di noi porta in sé. Molte volte, nella nostra testa, c’è un Gesù che sembra un re glorioso, distante dalla vita del popolo! Nei Vangeli, Gesù appare come un Servo dei poveri, amico dei peccatori. L’immagine del Messia-Re, che avevano in mente i farisei, ci impedisce di riconoscere in Gesù il Messia-Servo. Durante la lettura, cerchiamo di prestare attenzione a due cose:

  • all’atteggiamento sciolto e libero con cui il cieco reagisce davanti alle provocazioni delle autorità, e

  • al modo in cui lui stesso, il cieco, apre gli occhi rispetto a
    Gesù.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura

  • Gv 9,1-5: La cecità dinanzi al male che esiste nel mondo.

  • Gv 9,6-7: Il segno dell’«Inviato di Dio» e le diverse reazioni che provoca.

  • Gv 9,8-13: La reazione dei vicini.

  • Gv 9,14-17: La reazione dei farisei.

  • Gv 9,18-23: La reazione dei genitori.

  • Gv 9,24-34: La sentenza finale dei farisei.

  • Gv 9,35-38: L’atteggiamento finale del cieco nato.

  • Gv 9,39-41: Una riflessione conclusiva.

Contesto in cui fu scritto il Vangelo di Giovanni

Meditando la storia della guarigione del cieco, è bene ricordare il contesto delle comunità cristiane in Asia Minore verso la fine del primo secolo, per le quali è stato scritto il Vangelo di Giovanni e che si identificavano con il cieco e con la sua guarigione. Esse stesse, a causa di una visione legalista della Legge di Dio, erano cieche fin dalla nascita. Ma, come avvenne per il cieco, anche loro riuscirono a vedere la presenza di Dio nella persona di Gesù di Nazaret e si convertirono.
È stato un processo doloroso! Nella descrizione delle tappe e dei conflitti della guarigione del cieco, l’autore del quarto Vangelo evoca il percorso spirituale delle comunità, dall’oscurità della cecità fino alla piena luce della fede illuminata da Gesù.

Commento del testo

Gv 9,1-5 – La cecità davanti al male che esiste nel mondo.
Vedendo il cieco i discepoli chiedono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». In quell’epoca, un difetto fisico o una malattia erano considerati un castigo di Dio. Associare i difetti fisici al peccato era un modo in cui i sacerdoti dell’Antica Alleanza mantenevano il loro potere sulla coscienza del popolo. Gesù aiuta i discepoli a correggere le loro idee: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché in lui siano manifestate le opere di Dio»! Opera di Dio equivale a Segno di Dio. Quindi, ciò che in quell’epoca era segno di assenza di Dio, sarà indicato come segno della sua presenza luminosa in mezzo a noi. Gesù dice: «Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Il giorno dei segni comincia a manifestarsi quando Gesù, «il terzo giorno» (Gv 2,1), realizza il «primo segno» a Cana (Gv 2,11). Ma il giorno sta per terminare e la notte si avvicina, poiché siamo già al «settimo giorno», il sabato, e la guarigione del cieco è già il sesto segno (Gv 9,14). La notte è la morte di Gesù. Il settimo segno sarà la vittoria sulla morte nella risurrezione di Lazzaro (Gv 11). Nel Vangelo di Giovanni ci sono solo sette segni, miracoli, che annunciano il grande segno che è la Morte e la Risurrezione di Gesù.

Gv 9,6-7 – Il segno di Gesù quale «Inviato» che provoca diverse reazioni.
Gesù sputa per terra, fa del fango con la saliva, spalma il fango sugli occhi del cieco e gli chiede di lavarsi nella piscina di Sìloe. L’uomo va e ritorna guarito. È questo il segno! Giovanni commenta dicendo che Sìloe significa inviato. Gesù è l’Inviato del Padre che realizza le opere di Dio, i segni del Padre. Il segno di questo «invio» è che il cieco comincia a vedere.
Gv 9,8-13 – La prima reazione: quella dei vicini.
Il cieco è molto conosciuto. I vicini rimangono dubbiosi: «Sarà proprio lui?». E si chiedono: «Com’è successo che si sono aperti i suoi occhi?». Colui che prima era cieco testimonia: «L’uomo che si chiama Gesù mi ha aperto gli occhi». Il fondamento della fede in Gesù è accettare che egli è un essere umano come noi. I vicini si chiedono: «Dov’è costui?» – «Non lo so»! Essi non sono soddisfatti della risposta del cieco e, per chiarire il tutto, portano l’uomo dinanzi ai farisei, le autorità religiose.

Gv 9,14-17 – La seconda reazione: quella dei farisei.
Quel giorno era un sabato e di sabato era proibito curare. Interrogato dai farisei, l’uomo racconta di nuovo tutto. Alcuni farisei, ciechi nella loro osservanza della legge, commentano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato!». E non riescono ad ammettere che Gesù possa essere un segno di Dio, perché guarisce il cieco di sabato. Ma altri farisei, interpellati dal segno, rispondono: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». Erano divisi tra loro! Chiesero quindi al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». E lui dà la sua testimonianza: «È un Profeta!».

Gv 9,18-23 – La terza reazione: quella dei genitori.
I farisei, ora chiamati Giudei, non credevano che fosse stato cieco. Pensavano si trattasse di un inganno. Per questo mandarono a chiamare i genitori e chiesero loro: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». La risposta dei genitori è molto cauta: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli ha aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di sé»! La cecità dei farisei dinanzi all’evidenza della guarigione produce timore tra la gente. Ma colui che professava di aver fede in Gesù Messia era espulso dalla sinagoga. La conversazione con i genitori del cieco rivela la verità, ma le autorità religiose si rifiutano di accettarla. La loro cecità supera l’evidenza dei fatti. Loro, che tanto insistevano nell’osservanza della legge, ora non vogliono accettare la legge che dichiara valida la testimonianza di due persone (Gv 8,17).

Gv 9,24-34 – La sentenza finale dei farisei su Gesù.
Chiamano di nuovo il cieco e gli dicono: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». In questo caso: «dare gloria a Dio» significava: «Chiedi perdono per la menzogna che hai appena detto»! Il cieco aveva detto: «È un profeta!». Secondo i farisei avrebbe dovuto dire: «È un peccatore!». Ma il cieco è intelligente. E risponde: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo!». Contro questo fatto non ci sono argomenti! Di nuovo i farisei chiedono: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Il cieco risponde con ironia: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Allora lo insultano e gli dicono: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Con fine ironia, il cieco risponde di nuovo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta». Dinanzi alla cecità dei farisei, cresce nel cieco la luce della fede. Egli non accetta il ragionamento dei farisei e confessa che Gesù viene dal Padre. Questa professione di fede gli causa l’espulsione dalla sinagoga. Lo stesso accadeva alle comunità cristiane della fine del primo secolo. Colui che professava la fede in Gesù doveva rompere qualsiasi legame familiare e comunitario. Così succede anche oggi: colui o colei che decide di essere fedele a Gesù corre il pericolo di essere escluso.

Gv 9,35-38 – L’atteggiamento di fede del cieco dinanzi a Gesù.
Gesù non abbandona colui per cui è perseguitato. Quando viene messo al corrente dell’espulsione, e incontrandosi con l’uomo, lo aiuta a fare un altro passo, invitandolo a confessare la sua fede e gli chiede: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». E lui gli risponde: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Il cieco esclama: «Credo, Signore!». E gli si prostra dinanzi. L’atteggiamento di fede del cieco davanti a Gesù è di assoluta fiducia e di totale accettazione. Accetta tutto da Gesù. Ed è questa la fede che sostentava le comunità cristiane dell’Asia verso la fine del primo secolo, e che ci sostiene fino ad oggi.

Gv 9,39-41 – L’atteggiamento Una riflessione finale.
Il cieco, che non vedeva, ora vede meglio dei farisei. Le comunità dell’Asia Minore che prima erano cieche, scoprono la luce. I farisei che pensavano di vedere correttamente, sono più ciechi del cieco nato. Intrappolati nella vecchia osservanza, mentono quando dicono di vedere. Non c’è peggior cieco di colui che non vuole vedere!