Elezioni europee: la posta in gioco

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Finalmente a giorni si vota. Davvero non se ne può più. Mesi e mesi di propaganda e di contese tra i partiti originate (ed esasperate) dal calcolo elettorale. Di tutti, ma in particolare dei due partner di governo. Ossessionati dai rispettivi rapporti di forza. Non senza un prezzo salato. Anzi, più prezzi: la sostanziale paralisi della concreta azione di governo prodotta dall’antagonismo di due forze impegnate soprattutto a contrastarsi l’un l’altra sui provvedimenti rispettivamente concepiti come funzionali al proprio bottino elettorale; ma, più ancora, lo spettacolo mortificante e stucchevole di una politica rissosa e inconcludente ridotta a brutale calcolo elettorale. Come se vi fosse ulteriore bisogno di alimentare il discredito e la sfiducia nelle istituzioni e, da ultimo, nella democrazia.

Eppure, da più parti, si era avvertito che le imminenti elezioni europee, assai più che in passato, avrebbero assunto (ed effettivamente assumono) un rilievo speciale. Per l’Europa e per l’Italia. Dunque, nonostante il polverone colpevolmente sollevato dai competitor e dal loro spregiudicato ricorso ad “armi di distrazione di massa” di natura propagandistica, proviamo a fissare la posta in gioco sui due versanti, quello comunitario (UE) e quello interno.

Le sorti della UE

Non si esagera quando si osserva che, in questa occasione come non mai in passato, da quando si è votato per il parlamento UE (1979), è in gioco la stessa ragion d’essere del progetto europeo . Intendiamoci: esso si è sviluppato nel tempo attraverso “stop and go”, avanzamenti e arretramenti. E tuttavia oggi si sono moltiplicati gli attori – Stati, partiti, movimenti di opinione – che mettono in discussione i capisaldi del processo unitario.

Basti considerare la Brexit. Essa, da un lato, testimonia la menzionata spinta a revocare l’adesione alla UE; dall’altro, mostra quanto sia problematico (e autolesionistico) lasciare la UE; e infine – per paradosso – suona come un avvertimento a chi coltivasse la tentazione di imboccare una medesima strada (la exit) rivelatasi più complicata di quanto si immaginasse. Ma attenzione: all’uscita ci si può approdare anche preterintenzionalmente, praticando comportamenti che, violando sistematicamente principi e regole comunitarie, a quell’esito oggettivamente conducono.

Gli europeisti, giustamente, si richiamano ai padri dell’Europa e ai loro ideali, che le generazioni successive talvolta mostrano di non apprezzare a pieno.

Penso alla pace assicurata da settant’anni in un continente storicamente lacerato da guerre e conflitti sanguinosi; penso alle conquiste della civiltà europea scolpite nei suoi trattati – dalla Carta dei diritti al Trattato costituzionale poi non ratificato dopo i referendum francese e olandese – e cioè gli istituti della libertà, lo Stato di diritto, il modello sociale europeo imperniato su un welfare tendenzialmente universalistico; penso alla precoce, lungimirante intuizione delle minacce inscritte in una concezione assolutistica della sovranità e dunque dei limiti dello Stato nazionale – risalente all’immediato dopoguerra – secondo la quale le grandi sfide del nostro tempo, quelle che decenni dopo sono state ascritte alla “globalizzazione”, possono essere affrontate solo su scala sovranazionale e nello spirito della cooperazione/integrazione. Parametri che condizionano l’accesso dei paesi alla UE e sui quali vigilano le istituzioni comunitarie, comminando sanzioni agli Stati che dovessero violarle.

E, da ultimo, il caso dell’avvio di una procedura d’infrazione verso l’Ungheria di Orban in tema di indipendenza della magistratura e di libertà di stampa.

Tutti richiami ideali giusti, mai da omettere, e tuttavia insufficienti a motivare e a convincere circa il valore dell’UE oggi, in un tempo che non brilla per memoria storica e afflato universalistico.

Da soli nessuno ce la farà

Oggi si richiede di fare appello anche a ragioni di ordine pratico. Ne rammento solo alcune.

In primo luogo, quella degli equilibri geopolitici: nessuno Stato nazionale europeo, neppure la Germania, può reggere la competizione con le vecchie e nuove potenza globali, USA, Cina, Russia. E con i grandi gruppi economico-commerciali-finanziari, che largamente sfuggono alla disciplina dei governi nazionali. Fiscalmente, ma anche con riguardo alla cibersecurity.

In secondo luogo, la moneta unica e il mercato comune europeo, decisamente utile all’Italia, paese esportatore.

Ancora: il libero movimento delle persone, senza più le vecchie frontiere, inconcepibili per le giovani generazioni, avvezze a girare l’Europa per studio, lavoro, turismo.

E poi la difesa dei nostri risparmi: a dispetto di certi luoghi comuni, senza l’euro essi avrebbero subìto drastiche decurtazioni.

Infine, la relativa tenuta di conquiste per quanto attiene ai diritti del lavoro e, più in generale, ai diritti sociali, certo, ove più ove meno, trattandosi di materia mista, in capo agli Stati ma non senza ancoraggio a standard europei. Potremmo continuare.

Sia chiaro: come si è accennato, si sta dentro un processo incompiuto, molto ancora s’ha da fare, ma sarebbe miope e ingiusto sostenere che passi in avanti non se ne siano fatti. Tuttavia, per fare avanzare il processo e correggere i limiti dell’attuale governance europea – ecco il punto cruciale –, servono essenzialmente due cose: una reputazione presso i partner europei (oggi l’Italia è percepita all’opposto come un’osservata speciale e persino come un rischio per la UE) e soprattutto “esserci” là dove si decidono le politiche UE. Al riguardo, va smontata la fake new secondo la quale la governance dell’Unione sarebbe affidata a tecnocrati e burocrati privi di legittimazione democratica.

Da qui a ottobre a decidere il presidente del parlamento UE saranno i deputati eletti, poi i governi nazionali designeranno i loro Commissari ma essi dovranno passare al vaglio del medesimo parlamento; a seguire, i capi dei governi proporranno il presidente della Commissione chiamato a subentrare a Junker, ma anch’esso dovrà avere l’investitura del parlamento. Lo stesso presidente della Banca Centrale Europea in scadenza sarà concordato tra i leader dei governi nazionali. Dunque, figure espressione di una rappresentanza ancorché di secondo grado.

Incidentalmente merita notare che l’Italia oggi vanta tre figure apicali: il presidente del parlamento (Taiani), la vicepresidente della Commissione nonché Alto rappresentante per la politica estera della UE (Mogherini), il governatore della BCE (Draghi). Da come si stanno mettendo le cose – sul punto torneremo – è probabile che l’Italia, che avrà, come tutti i 29 paesi, un suo Commissario, di altro non disporrà. E prevedibilmente un Commissario preposto a un settore non di peso. A motivo della circostanza che il nostro governo è composto da partiti estranei a quello che è e ancora plausibilmente sarà l’accordo politico di maggioranza imperniato sull’asse Popolari-Socialisti, esteso al più a Liberali (Alde) e Verdi.

Riformare l’Unione

Ripeto: molte cose sono da cambiare. Di più: chi davvero scommette sull’Europa non può limitarsi a difenderne la ragion d’essere di principio, ma dev’essere in prima fila nel riformarla, correggendone limiti ed errori. Sia rafforzandone le istituzioni, sul piano della legittimazione democratica e su quello dell’efficienza ed efficacia della governance (si pensi alle troppe materie che ancora contemplano il voto unanime e non a maggioranza nel Consiglio dei capi di Stato e di governo). Sia operando sostanziali correzioni nell’indirizzo delle sue politiche. A cominciare da quelle economiche troppo schiacciate sulla stabilità a discapito della crescita e della coesione sociale e da quelle sull’immigrazione nelle quali abbiamo semmai misurato la chiusura egoistica degli Stati.

Ecco un altro mantra da sfatare: la più parte delle insufficienze e delle colpe imputate alla UE sono da ascrivere più propriamente ai governi degli Stati membri. Non è la stessa cosa, specie quando ci si deve poi applicare ai rimedi. Anche nel ridisegnare l’architettura istituzionale della UE. Per esempio, adoperandosi per potenziare gli organismi per loro natura comunitari come il parlamento e la Commissione piuttosto che il Consiglio Europeo ove siedono i leader nazionali, per statuto e per cultura meno inclini allo spirito comunitario.

Tutto conduce a una conclusione: si può sperare di contare di più come paese nella misura in cui ci si sente parte della UE, si è presenti nelle sedi nelle quali si delibera e si stabiliscono alleanze, tra paesi con interessi convergenti e tra partiti (di qualche peso) contrassegnati da un comune sentire. Più chiaramente: dentro le grandi famiglie politiche europee che, piaccia o non piaccia, saranno ancora egemoni negli organi comunitari.

Del resto, i partiti nazionalisti e sovranisti scontano una doppia contraddizione.

La prima concettuale: difficile conciliare una visione nazionalistica con l’adesione a un soggetto di sua natura sovranazionale e comunitario, dunque statutariamente informato a una logica di cooperazione/integrazione/cessione di quote di sovranità.

La seconda, conseguente contraddizione: l’alleanza tra partiti la cui cifra è angustamente particolaristica conduce al paradosso di chi si unisce a chi meno è disposto a venire incontro agli interessi nazionali altrui. E’ il paradosso dei sovranisti nostrani, come la Lega, che fa asse con il gruppo dei paesi di Visegrad, cioè con i più strenui avversari rispetto alle nostre due esigenze primarie: una certa flessibilità di bilancio in tema di investimenti e la collaborazione nella ricollocazione dei migranti.

Le ricadute politiche interne

Abbiamo stigmatizzato la stretta connessione stabilita tra voto europeo e calcolo delle convenienze delle forze politiche nostrane. Un vecchio vizio che oggi si è ingigantito a dismisura. Quasi un’ossessione, che ha condotto alla cancellazione del confronto genuinamente europeo.

E tuttavia sarebbe ipocrita ignorare le ricadute politiche interne. A cominciare dal rapporto di forza tra i due partiti di governo, la reale posta in gioco del loro braccio di ferro dei mesi alle nostre spalle. Un tormentone, unmix di contese effettive e di enfasi artificiose, un gioco di posizionamenti ma anche un gioco delle parti.

Nessuno, neppure i protagonisti sono oggi in condizione di prevedere se quelle contese si risolveranno in una crisi del litigioso governo italiano.

Una commedia degli equivoci, ma dall’epilogo incerto: tutti si attendono una forte affermazione della Lega e un significativo ridimensionamento dei 5 stelle; a parole, entrambi sostengono che, dopo il voto, nulla cambierà quanto al governo e che esso reggerà per l’intera legislatura; ma la verità è che la situazione è tale per cui tutto potrebbe accadere, persino che la rottura si produca a prescindere e persino contro la volontà dei protagonisti uniti da un mero ma ferreo patto di potere. Un patto notoriamente asimmetrico in quanto Salvini dispone di un secondo forno, quello del vecchio centrodestra, seppure come subordinata, Di Maio no, non disponendo di altri potenziali alleati, essendo egli alla seconda e ultima legislatura a norma di statuto pentastellato e non avendo sul suo Movimento il controllo ferreo che Salvini vanta sulla Lega.

Governo e opposizione

Dunque, la prima incognita riguarda la tenuta del governo e gli equilibri della maggioranza che lo sostiene. Ma la partita investe anche le forze di opposizione.

FI lotta per sopravvivere quale spalla di una nuova destra a trazione Lega, che volentieri, potendo, se ne sbarazzerebbe. Gli osservatori fissano la soglia della “resistenza” al declino di FI nella misura del 10%.

Più complessa la partita del PD: dapprima si è dato l’obiettivo di non scendere sotto la soglia delle politiche dello scorso anno ovvero il 18%; poi, la buona partecipazione alle primarie interne e il consenso raccolto da Zingaretti nonché la pur limitata ripresa nei test regionali hanno alzato l’asticella delle attese. L’obiettivo è quello di superare i 5 stelle.

Restano tuttavia tre problemi:

1) un profilo politico irrisolto dopo la torsione identitaria impressa dal renzismo (quella di una curvatura liberal-democratica di un partito che formalmente sarebbe posizionato a sinistra), come si conferma nella composizione delle liste elettorali e persino nel simbolo composito (ibrido?);

2) un sostanziale isolamento: la giusta consapevolezza di non bastare a se stesso e il proposito di organizzare un’alleanza di centrosinistra larga e inclusiva che possa competere con la destra si scontra con la circostanza che di tale auspicata alleanza non si scorgono i concreti soggetti. Salvo forse la lista + Europa della Bonino (di centrosinistra?), che tuttavia, nelle rilevazioni, a fatica raggiunge il 3%;

3) il nodo irrisolto del rapporto con i 5 stelle: il dialogo oggi giudicato impraticabile da entrambe le parti dopo anni di reciproci anatemi, in prospettiva, più facilmente a valle di nuove elezioni politiche, è problema che si porrà.

Oggi è un tabù esorcizzato da entrambi, anche perché probabilmente materia divisiva al loro interno. E tuttavia trattasi di problema che i numeri, la logica, la politica prima o poi porranno. Salvo rassegnarsi alla improbabile e comunque non auspicabile attuale configurazione del sistema politico che oppone un fronte nazional-populista a un altro fronte frammentato, sterile, inidoneo a dare corpo a un’alternativa.

Una condizione che nuoce – come si vede – alla qualità del governo (?) e alla stessa democrazia, che si nutre di una sana polarizzazione tra destra e sinistra, tra proposte di governo distinte e sanamente alternative, che si riconoscano legittimate reciprocamente e che possano alternarsi alla guida del paese senza strappi, senza traumi, senza reciproci anatemi. Una fisiologica competizione imperniata su grandi coalizioni, come si conviene al regime della proporzionale, dopo avere archiviato la regola elettorale maggioritaria, ma soprattutto come si conviene alla tradizione pluralistica del nostro sistema politico (la storia e la cultura contano!).

Passando in rassegna in concreto gli attuali attori politici, ciò presuppone che – semplifico – vi sia una destra (e qui siamo già avanti, anche troppo, difettando essa di rassicuranti tratti liberal-conservatori), una sinistra di governo raccolta intorno ma oltre il PD, un centro liberal-democratico oggi senza casa che, al momento, sta a cavallo del PD, in parte dentro, in parte fuori, in parte risucchiato controvoglia nella destra a trazione salviniana, un 5 stelle che finalmente decida sulla sua irrisolta identità ideologico-politica, ponendo fine alla sua comoda rendita di posizione elettorale che sortisce appunto da una trasversalità indistinta ma, alla lunga, politicamente sterile. Presumibilmente dividendosi secondo una linea di faglia politicamente chiara e riconoscibile.

Le elezioni europee possono solo rappresentare un primo passaggio utile a porre le premesse di un’evoluzione del sistema politico di lunga lena che ci conduca fuori da una condizione che mi ostino a considerare anomala e transitoria.

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