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Educare all’amore e alla libertà

Abbiamo a che fare con le coscienze e la libertà delle persone, che devono saper scegliere quando saranno sole. Tra le varie realtà, laCaritas rappresenta un ambito pedagogico, prima che esistenziale.

La parola rischio fa rima con il verbo educare. E non potrebbe essere diversamente, dal momento che la “materia” con cui si ha a che fare non sono materiali inerti come l’acciaio o il cemento, ma con le coscienze delle persone e dunque con le loro libertà. E libertà dice la possibilità di scelte diverse. Un educatore non potrà mai tollerare che la sua azione educativa finisca per generare dei cloni di sé. Dovrà perciò muoversi su due binari:

1 la verità (che nel titolo abbiamo tradotto con “amore”): preoccuparsi di comunicare quanto per l’educando è il bene, senza scadere in forme di relativismo etico; in questo senso educare è un rischio, perché richiede un modello di uomo, di esperienza umana, che sappiano costituire un fine per il quale vale la pena d’impegnarsi; è un rischio perché ci chiede di scoprire prioritariamente se c’è qualcosa per cui valga la pena di vivere e morire;

2 la libertà: se anche la persona dovesse aderire a determinati elementi valoriali – ma questo fosse la conseguenza di meccanismi non liberanti – l’azione educativa perderebbe automaticamente di significato. L’educazione non può non essere alla libertà e della libertà: far fare esperienza della libertà e liberarla dalla disastrosa idea di essere tutta e solo potere di scelta e non anche capacità di adesione al bene e capacità di relazione con l’altra libertà.

Lavoro di gruppo in un liceo albese.

Lavoro di gruppo in un liceo albese (foto CENSI).

Generazione ed educazione

Educare è un rischio anche perché è un compito al quale non si può abdicare. In nome di una sterile neutralità non ci è lecito abbandonare i giovani alla loro solitudine, sempre più in balia della violenza e della volgarità.

Vi è un nesso strettissimo tra generazione ed educazione: l’educazione è quell’agire con cui i genitori per primi «rendono ragione al figlio della promessa che essi gli hanno fatto, mettendolo al mondo» (Giuseppe Angelini).

Così che, al contrario, dove la generazione non continua nell’atto educativo, al suo stesso livello di senso si smentisce: il mettere al mondo coincide drammaticamente con un gesto di abbandono.

Coloro che hanno il dono della fede nel Dio cristiano sanno che questa dinamica verità-libertà ha sempre accompagnato la storia di Dio con gli uomini. Un Dio che fin dall’inizio ha voluto impostare questo rapporto in termini di “alleanza”, cioè di partenariato in cui i due contraenti sono entrambi liberi, seppure su piani asimmetrici. Dio agisce in totale libertà, non condizionato da alcun motivo che non sia il suo amore per l’uomo. L’uomo è chiamato a rispondere in modo libero e consapevole. Dio è assolutamente necessario all’uomo perché la sua vita abbia successo, ma contemporaneamente Dio non potrebbe mai sopportare di essere subìto e imposto all’uomo. Dio non avrebbe mai posto in essere la storia della salvezza, se l’uomo fosse stato un burattino privo di libertà.

L’educazione che proponiamo deve essere “a termine”. Non si può prendere un bambino e pretendere di accompagnarlo dalla culla fino alla tomba. Un’educazione, per essere vera, deve porre gesti di discontinuità. Qualche volta il rapporto deve finire, l’aquila deve cacciare l’aquilotto fuori dal nido, se no come farà a imparare a volare? L’educazione deve essere “estroversa”, perché la vita sarà altrove, perché la sua qualità si misurerà quando l’educatore non ci sarà più e uno si troverà da solo con la sua coscienza, le sue convinzioni, le sue incertezze e fragilità. Un oratorio, una famiglia, una scuola, una realtà educativa deve insegnare a partire. La questione decisiva di un’azione educativa è rappresentata da come poi ci si scioglie nel mondo, per dargli sapore, gusto, colore.

Educare è un rischio perché il risultato non è scontato e risponde a leggi che non seguono logiche deterministiche. Quando don Bosco scriveva che «educare è cosa del cuore» non negava la dimensione scientifica, ma richiamava a non cadere nel tranello di una deriva pedagogistica dell’azione educativa.

Discussione in un liceo di Alba (Cn)

Discussione in un liceo di Alba (foto CENSI).

Ripensamenti

In questo senso può trovare diritto di cittadinanza un tentativo di rilettura critica del progettare in educazione. Gli anni ’80 e ’90 furono un tempo di grande elaborazione metodologica, basti solo ricordare l’impulso offerto dal card. Martini (vedi gli Itinerari educativi, Milano 1988) con il triennio sull’educare, che stimolava oratori e parrocchie a dotarsi di un “progetto educativo”, a imparare il linguaggio della lettura della situazione, della definizione degli obiettivi, della scelta di strumenti e della definizione di indicatori capaci di misurare i cambiamenti avvenuti.

Il tutto non senza qualche ingenuità, laddove passò la tentazione di pensare che col progetto il più era fatto; laddove ci si illudeva che poteva bastare questa riflessione scientifica; laddove si finiva per dimenticare che dall’altra parte non hai un cagnolino da addestrare, ma una libertà da liberare. «Nel lavoro educativo come in quello di cura abbiamo bisogno di tecniche e strumenti, come di regole e procedure, tuttavia se ci si chiude in queste ci si perde, ci si arrende alla distanza dell’altro e si finisce per abbandonarlo al proprio destino.

Per reagire a questo rischio, tutt’altro che ipotetico, oggi sembra indispensabile maturare un pensiero che entri come una lama a cercare la verità nella vita, nel tempo e nei giorni» (Ivo Lizzola). Educare nella libertà significa anche relazionarsi a possibili “fallimenti”, nella consapevolezza che questi fanno parte dell’esperienza di ogni educatore, che non va rifiutata ma, al contrario, integrata e accolta entro un processo sempre aperto in cui è chiesto solo di curare la qualità del seme e d’innaffiarlo con le lacrime della passione e il sudore dell’intelligenza.

Educazione e rischio stanno anche alla base delle scelte organizzative che una Caritas è chiamata a compiere. La riflessione da cui siamo partiti si deve tradurre in opzioni pratiche a seconda delle varie realtà che hanno a che fare con l’ambito educativo. Tra queste, Caritas è un attore privilegiato dal momento che la sua ragione di esistere si pone più nell’ambito pedagogico che su quello propriamente assistenziale. Non va dimenticato che Caritas fin dal suo sorgere viene pensata come un permanente principio educativo all’interno della comunità cristiana e della società civile. Tutta la sua operatività, l’intervenire ad alleviare le sofferenze di coloro che – vicini e lontani – si trovano in uno stato di bisogno, andrà letto e giudicato non nella prospettiva di una illusoria capacità di estirpare la povertà dalla storia, ma in quella di essere pungolo permanente di educazione a una vita vissuta nella solidarietà e nella prossimità.

Alcune scelte

Dunque, vengono di seguito evocate alcune scelte simboliche che tentano di incarnare le intuizioni sopra riportate relative a un’azione educativa vissuta come “rischio”:

E il primato dell’ascolto. Significa riconoscere a chi si rivolge ai nostri diversi servizi una dignità che li rende meritevoli di attenzione e di relazione. Ascoltare significa entrare in relazione, significa non pretendere di sapere ciò di cui l’altro ha bisogno prima di avergli dato del tempo per raccontarcelo. Ovvio che questa scelta prende tempo e richiede pazienza. Ovvio che questa scelta ci espone al rischio di un’intenzionalità dell’altro non sempre trasparente e sincera; E il rifiuto della prospettiva assistenziale.

Rifiutare l’assistenzialismo – che altro non è che una variante del paternalismo, atteggiamento che pretende di mantenere l’altro in uno stato permanente di minorità – significa mettersi in una prospettiva educativa che riconosce all’altro la sua maturità, la sua dignità; significa accettare la fatica di rispettare i suoi tempi di maturazione e di crescita, con tutte le incertezze del caso. Credere in una relazione di cura che ha l’emancipazione come obiettivo ultimo, cioè il far stare sulle proprie gambe la persona in difficoltà, significa a volte accettare il rischio di pigrizie e mancanza di volontà di cambiamento.

Roberto Davanzo
direttore Caritas di Milano