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Ecumenismo ed ecclesiologia della comunità fondata da frère Roger I cerchi concentrici di Taizé

di fratel Emile

La comunità di Taizé è ecumenica fin dall’inizio, negli anni Quaranta, ma lo è molto di più a partire dagli anni Sessanta, quando alcuni fratelli cattolici furono autorizzati ad entrarvi. Frère Roger tentò più volte di esprimere quel che egli stesso viveva e sperimentava e che chiamava “riconciliazione interiore”. Non si trattava, né per lui né per la comunità nel suo insieme, di contentarsi di un piccolo denominatore comune, ma di aprirsi a tutti i doni che Dio ha elargito al suo popolo fin dalla nascita della fede cristiana. Così disse frère Roger nel corso di uno dei primi incontri europei a Roma: “Ho trovato la mia identità di cristiano riconciliando in me stesso la fede delle mie origini con il mistero della fede cattolica, senza rottura di comunione con nessuno”.
Frère Roger raccontava spesso che durante il suo ultimo incontro con Giovanni xxiii, nel 1963, disse al Pontefice che avrebbe desiderato ricevere da lui un testamento spirituale, chiedendo in particolare il posto che Taizé doveva occupare nella Chiesa. Giovanni xxiii rispose facendo degli ampi gesti con le mani: “La Chiesa cattolica è fatta di cerchi concentrici sempre più grandi”. Il Papa non precisò in quale cerchio egli vedeva collocato Taizé, ma frère Roger comprese che il Papa intendeva dirgli: voi siete già all’interno, continuate semplicemente su questa via. Ed è quel che egli fece.
Esiste un segreto riguardo alla fiducia nella misericordia di Dio, una misericordia che non sottovaluta quel che Dio è capace di fare. Vorrei in proposito riferirmi a quanto il grande biblista francese padre Jacques Guillet ci disse un giorno a Taizé: se volete comprendere cosa significa che Dio è Onnipotente, dovete considerare quel che accadde nell’Ultima Cena; la notte in cui Gesù fu tradito e catturato ha una intensità particolare, il male ha un suo spessore, una sua consistenza. Il complotto per liquidare Gesù era già in azione, egli avrebbe potuto fuggire, allontanarsi da Gerusalemme, rifugiarsi in Galilea. Noi non dovremmo dimenticarlo; egli non l’ha fatto perché sapeva che suo Padre non era lontano. Il Padre era presente quella notte. Le potenze del male sembravano ormai prossime alla vittoria perché si avvicinava il momento in cui esse avrebbero potuto metter fine alla vita del Signore. Ma subito Gesù capovolge tutto, come nelle beatitudini dicendo: “Nessuno me la toglie (la mia vita) ma io la dono da me stesso” (Giovanni, 10, 18), o, nel linguaggio dei sinottici: “Questo è il mio corpo che è offerto per voi” (Luca, 22, 19); “Questo è il sangue dell’Alleanza versato per molti in remissione dei peccati” (Matteo, 26, 28). Chi ha la vittoria? Le potenze del male? No, la vittoria è di un amore che dona liberamente, un amore più grande dell’odio che è in azione, capace di assumere questo odio. E così l’odio è preso in trappola, perché serve solo a rivelare l’ampiezza di un amore, l’estensione del perdono. Nell’Ultima Cena noi vediamo che Dio, la sua misericordia, crea con quel che noi mettiamo nelle sue mani. Egli prende quel che è là per trasformarlo, non come un mago, ma attraverso il dono di se stesso. E amando di più.

(©L’Osservatore Romano 17-18 agosto 2013)