È morto in un ospedale cinese l’attivista democratico Lui Xiaobo, Premio Nobel per la pace nel 2010, incarcerato dal regime

È morto in un ospedale cinese l’attivista democratico Lui Xiaobo, Premio Nobel per la pace nel 2010, incarcerato dal regime. Aveva 62 anni. Il 23 maggio scorso gli era stato diagnostico un tumore al fegato in fase terminale. Nelle ultime settimane le sue condizioni si erano aggravate e per questo era stato scarcerato e ricoverato in ospedale a Shenyang, nella provincia settentrionale di Liaoning.

Nato il 28 dicembre 1955, Xiaobo era un critico letterario e uno scrittore, attivista per la democrazia e per i diritti umani. È il secondo Nobel per la pace a morire privato della libertà dopo il giornalista tedesco von Ossietzky morto nel 1938 in ospedale mentre era ancora sotto custodia dei nazisti. Anche Aung San Suu Kyi, attivista del Myanmar, ricevette il Nobel in prigionia.

Nella primavera 1989 tornò dall’estero per partecipare alle proteste di piazza Tienanmen. Arrestato, rimase in carcere per 19 mesi. Nel gennaio 1991 fu condannato per “propaganda e istigazione controrivoluzionarie”, ma senza finire in carcere. Nell’ottobre del 1996 fu inviato a trascorrere tre anni in un campo di rieducazione a causa delle sue critiche al partito comunista.

Nel 2010 era stato insignito del premio Nobel «per la sua lunga e non violenta battaglia per i diritti fondamentali in Cina»: fu rappresentato simbolicamente da una sedia vuota alla cerimonia.

In tutto il mondo si sono levate voci di biasimo nei confronto del trattamento riservato a Liu Xiaobo. Il Comitato per il premio Nobel ha accusato il governo cinese di essere responsabile della sua morte “prematura”. “Abbiamo trovato molto sgradevole che non sia stato trasferito in una struttura dove avrebbe potuto ricevere cure mediche adeguate prima di diventare un malato terminale”, si legge nella dichiarazione da Oslo.

Il segretario di Stato americano Tillerson ha chiesto «al governo cinese di rilasciare Liu Xia (la moglie del Premio Nobel, ndr) dagli arresti domiciliari e di permetterle di lasciare la Cina, come lei desidera”.


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