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E Madre Teresa “perdonò” la sua Albania

Alla periferia di Tirana le Missionarie della Carità accolgono disabili lasciati soli dalle famiglie, poveri, anziani e ragazze madri

GIOVANNI RUGGIERO – avvenire

Bandiere rosse con l’aquila bicefa­la albanese lungo tutto il boule­vard di Deshmerot e Kombit. Gi­gantografie di Madre Teresa ovunque, sui palazzi. Tirana è pronta a celebrare i cen­to anni della sua nascita, ma verso la città vecchia, dietro la scenografia di specchi e lo sfarfallio di neon della nuova capi­tale, tutto più o meno, è come prima. In via Brahim Tukiqi, tra i caseggiati tri­sti del regime con i muri scrostati e dal colore sbiadito, c’è ‘Tirane nje’ la prima casa che Madre Teresa fondò nella sua Albania. Era il 1991, il regime esalava gli ultimi respiri. Alla fondatrice delle Mis­sionarie della Carità, un regime che ave­va circa 50 anni di persecuzione da farsi perdonare, donò alcune casupole che a­vevano ospitate altre suore, prima che fossero cacciate, insieme a Dio e ai suoi santi. A questa struttura si aggiunse nel 1998 ‘Tirane dy’, la seconda casa, alla periferia della città, ancora oggi una con­fusione di palazzi fatiscenti intorno al­l’ex azienda di trasporti, Nshrak. Da qui partono ancora tutte le corriere per il Sud dell’Albania. Troviamo suor Vittoria, italiana di Osi­mo. È una delle 19 religiose, indiane, fi­lippine, francesi, africane, che nelle due case assistono persone anziane abban­donate. Alcune fanno parte del gruppet­to che seguì Madre Teresa nel 1991, e suor Vittoria è stata appunto tra le prime. Do­po Tirana sono poi venute le case di Scu­tari, Durazzo, Elbasan e Puke. «La Madre – dice suor Vittoria – voleva portare in­nanzitutto Gesù nel cuore dell’Albania. Sapeva, quando venne nel suo Paese, che non lo avrebbe trovato. E lo portò con sé, dopo tanti anni». Suor Vittoria svela un episodio che chiarisce la metafora. Nel­la sua prima visita il Albania nel 1989, con Ramiz Alia presidente che aveva pre­so il testimone di Enver Hoxha, Madre Teresa aveva addosso una piccola pissi­de che custodiva ostie consacrate. «Por­tava da bere – dice la suora – in un Pae­se che aveva sete di Cristo». Le suore han­no reso questa idea con un murales che è proprio accanto alla porta che immet­te alla cappellina della casa: una religio­sa prega in ginocchio davanti al Croce­fisso segnato da una scritta: ‘Kam etje’, ‘ho sete’, appunto. A Madre Teresa fu concesso il passaporto albanese. Lei rin­graziò Alia, ma fece capire, decisa, che questo non le bastava. Chiedeva di più e al presidente forse chiedeva troppo. In una lettera di ringraziamento gli scrisse: «Dopo molti anni di preghiera, il buon Dio mi ha concesso di vedere la mia gen­te. Spero, insieme, di fare qualcosa di bel­lo per Dio e per la nostra nazione». Suor Vittoria, che le è stata vicina in que­sto desiderio di creare di qualcosa di bel­lo per l’Albania, ha un ricordo vivo: «Di lei mi colpiva la rapidità nel prendere le decisioni e la fermezza, come se sapes­se dal principio che quella era la strada giusta. Fu decisa anche nella creazione di queste case». In Albania, Madre Tere­sa sarebbe tornata altre due volte, e nes­suno più di lei poteva mostrare a Gio­vanni Paolo II la ricchezza dell’animo al­banese. Lo accompagnò infatti a Tirana nel 1993. Tutte le religioni avevano sof­ferto negli anni del regime. Tanti paga- rono con la vita, e tutte le chiese e gli al­tri templi furono distrutti e oltraggiati. Nel 1991 nemmeno i musulmani avevano più un luogo in cui pregare. La moschea di Tirana, che è la prima dell’Albania, era stata destinata a ospizio per i poveri. Ma­dre Teresa si offrì ai capi religiosi dell’i­slam albanese di prendersi cura di quel­le persone, così da avere la moschea libe­ra in cui riunirsi e pregare. Furono le pri­me persone ospitate. Tefta e Prena, due di quelle donne, sono ancora vive. Prena ha 103 anni. ‘Tirane nje’ ospita una trenti­na di uomini, portatori di gravi handicap, abbandonati dalle loro famiglie. A ‘Tira­ne dy’, le suore di Madre Teresa accolgo­no più di quaranta anziane, molte non autosufficienti, di cui la famiglie si sono liberate. Le hanno raccolte per strade, ac­colte e assistite. Fino all’anno scorso, in questa casa erano ospitate anche ragaz­ze madri, alcune convinte a non aborti­re. Adesso le famiglie di questi bimbi sen­za un padre sono ospitate in piccoli ap­partamenti perché, spiega suor Vittoria, e­ra diventato difficile gestire anche neo­nati insieme a donne anziane non più au­tosufficienti. Una di queste donne a un tratto si mostra alla finestra, accenna un sorriso e saluta inebetita. «Tutti possono pensare che l’emergenza dell’Albania sia ancora questa povertà – spiega suor Vit­toria –. In realtà tutti gli albanesi hanno bi­sogno di Dio che li ama, li ha sempre cer­cati e sempre li cercherà. Madre Teresa lo aveva capito, e quella pisside, nascosta nelle pieghe del suo abito bianco e cele­ste, lo rivela. Venne qui per portare Cristo, al quale, pure, in Albania avevano ritira­to il passaporto.