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E il prete di Fatima salvò i «vip» a Roma

Il medico di Marconi e di Togliatti. Il rettore dell’università di Roma. Il figlio del sindaco socialista di Reggio Calabria… Fu davvero un rifugio per ricercati “vip”, il Pontificio Collegio Portoghese di Roma durante la seconda guerra mondiale; e del resto era una personalità eclettica anche il suo rettore, padre Joaquim Carreira: il primo sacerdote lusitano a conseguire il brevetto di volo. Adesso però padre Carreira potrebbe ottenere qualcosa di più, anche se alla memoria: il diploma di “Giusto delle nazioni” che si deve ai salvatori di ebrei. Infatti gli devono la vita almeno 40 persone, da lui nascoste nel collegio durante l’occupazione nazista della capitale. Una storia finora sconosciuta, che torna alla luce grazie a un memoriale inedito dello stesso rettore, un rapporto relativo all’anno accademico 1943-44. Padre Carreira – nato l’8 settembre 1908 in un villaggio vicino a Fatima e ordinato sacerdote nel 1931, giunto quindi a Roma nel 1940 – vi descrive la vita quotidiana. All’inizio dell’occupazione da parte dei tedeschi nel settembre 1943 le condizioni erano «quasi normali»; poi, si legge nel documento, si cominciò a notare la mancanza di mezzi di trasporto, la ricerca di gente da mandare in Germania a lavorare e la «caccia agli ebrei».

Molte case di istituti religiosi accolsero ebrei e anche Joaquim Carreira aprì le porte del Collegio Portoghese: «Ho dato asilo e ospitalità – scrive – a persone che sono state perseguitate sulla base di leggi ingiuste e inumane». Il problema del cibo era il più difficile da risolvere: nei primi due mesi di occupazione, il costo della vita aumentò in media del 20% e col tempo l’alimentazione divenne più povera. Ma padre Carreira nella sua relazione assicura che è stato sempre possibile fornire agli assistiti «una minestra abbondante, di pasta o di riso» e anche un piatto «abbondantemente accompagnato da verdure». Uno dei profughi, Francesco Santostefano, all’epoca laureando in Medicina, in una lettera del 2 agosto 1946 ricorda infatti che, nonostante lo spettro della fame «nulla è mai mancato» sul tavolo degli ospiti clandestini, grazie al sacrificio del rettore. Ma ovviamente c’erano disagi ben più gravi.

Elio Cittone, un rifugiato tuttora vivente (abita a Villaguardia, in provincia di Como e ha 85 anni), ricorda che i militari nazisti bussarono alla porta del Collegio Portoghese almeno una volta, in quel fine 1943. Il rettore aveva già preso le sue precauzioni: i profughi avrebbero dovuto nascondersi nei luoghi precedentemente indicati, e infatti così accadde quella volta; i clandestini rimasero nascosti finché i nazisti se ne furono andati. Elio aveva allora 16 anni ed era approdato al Pontificio Collegio con lo zio Isacco, antiquario ebreo, nell’ottobre 1943; un altro zio, l’avvocato Alberto Luppolli, li aveva aiutati a cercare rifugio. Ma dopo la visita dei nazisti Isacco si sentì in pericolo e preferì abbandonare il luogo, portando con sé il nipote Elio. Che non ha dimenticato il sacerdote portoghese: «Gli sono molto grato e mi ricorderò sempre che mi ha salvato la vita». Nell’edificio di via Banco di Santo Spirito, vicino al Vaticano, tra l’ottobre 1943 e la liberazione della capitale nel giugno 1944 vissero almeno 40 rifugiati, molti dei quali illustri. Nella relazione lo stesso padre Carreira registra 39 nomi. Uno è quello del luminare medico Giuseppe Caronia (1884-1977), già leader del Partito Popolare e divenuto poi rettore dell’università di Roma subito dopo la liberazione.

Nell’autobiografia postuma, Con Sturzo e con De Gasperi. Uno scienziato nella politica (Cinque Lune), Caronia scrive: «Le giornate erano lunghe. Si passava il tempo tra la cappella, la sala da pranzo, qualche breve capatina in terrazza e la lettura». Ma prima di rifugiarsi presso il Pontificio Collegio, lo stesso Caronia aveva nascosto molti ebrei e altri profughi e al Collegio trovò «una cinquantina di ricoverati, tra i quali il suo collega» Cesare Frugoni (1881-1978), celebre direttore della Clinica medica dell’università di Roma nonché medico di Guglielmo Marconi, Arturo Toscanini, Palmiro Togliatti e dello stesso Benito Mussolini.

Nelle lettere e nei documenti archiviati al Pontificio Collegio ci sono altri ricordi: Vincenzo Agado, partigiano ed ex colonnello di fanteria, parla del Portoghese come di un’«oasi». L’avvocato socialista Antonio Priolo, sindaco di Reggio Calabria per conto alleato tra settembre e dicembre 1943, ringrazia padre Carreira per aver accolto suo figlio Luigi «nel periodo più difficile e precario della vita a Roma». Al Portoghese abitarono anche Angelo Venturelli, uomo d’affari di Gussago (Bs), cattolico e membro del Partito socialista, fu organizzatore di un incontro tra il leader storico del Psi Pietro Nenni e monsignor Giovanni Battista Montini; Mario Jacopetti, professore di ingegneria all’università di Napoli (oggi gli è intitolato il premio del Rotary Club partenopeo per i giovani ingegneri); i fratelli Francesco e Marcello Cavaletti, funzionari del ministero degli Esteri, che hanno dichiarato: «I sacerdoti rischiarono così tanto, e lo sapevano». Dopo la guerra padre Joaquim Carreira non perse la passione per il volo (si recava spesso all’aeroporto di Ciampino e totalizzò almeno 200 ore di volo in Italia) e visse fino al 1981, anno della sua morte, nella casa Madonna di Fatima delle suore Francescane Ospedaliere, dove risiede tuttora la sorella Maria Isilda. Per il centenario della nascita il nipote João Mónico, anch’egli religioso, ha scritto la sua biografia di «apostolo del bene in guerra e in pace».

 

Antonio Marujo – avvenire.it