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Duecento anni fa, il 22 maggio 1813, nasceva a Lipsia Richard Wagner

di Marcello Filotei

Una giovane fanciulla di nome Senta, un vecchio granaio, un sogno mitico, un fantastico personaggio perseguitato da una maledizione, marinai e fantasmi. È L’olandese volante di Richard Wagner nella versione rivolta a un pubblico giovane da “Opera domani”, in una formula didattica messa in scena all’Accademia Filarmonica Romana. Come tutti i geni divise il mondo intellettuale in due fazioni nettamente separate: da una parte quelli che lo adoravano, dall’altra i denigratori. Friedrich Nietzsche fece parte di entrambi gli schieramenti, e, durante il periodo di amicizia con il compositore, considerò le sue opere come la rinascita dell’arte tragica in Europa.
Oggi, dopo avere analizzato nel dettaglio più minuto la struttura delle opere o dell’immenso Der Ring des Nibelungen – un continuum narrativo articolato in quattro drammi che si svolgono uno dopo l’altro con un prologo e tre giornate – gli studiosi si interrogano sull’attualità di questo autore, e anche sul modo di avvicinarlo alle nuove generazioni.
L’allestimento proposto dalla Filarmonica, coprodotto dal Teatro Sociale di Como, dall’Opéra de Rouen e dal Theater Magdeburg, è una delle risposte possibili, perché porta i ragazzi dentro l’opera, facendoli partecipare direttamente e mettendoli a contatto con un capolavoro in un modo nuovo.
Ma la cosa è già avvenuta in passato, basti pensare a quante volte è stata utilizzata nel cinema, nella televisione o nella pubblicità la “Cavalcata delle Valchirie”, tratta da La Valchiria, la prima giornata della Tetralogia preceduta dal prologo L’Oro del Reno e seguita da Sigfrido e da Il crepuscolo degli dei. In Apocalypse Now, o in 8½, in Superfantozzi, o in The Blues Brothers quel tema de La Valchiria evidentemente evoca ancora qualcosa all’uomo di oggi.
Così come lo evocava ai nazisti che si sono appropriati del genio di Wagner tanto da far esclamare a Woody Allen in Misterioso omicidio a Manhattan del 1993: “Lo sai che non posso ascoltare troppo Wagner… sento già l’impulso ad occupare la Polonia!”.
Ma la capacità wagneriana di permeare la cultura del nostro tempo arriva a tutti i livelli. Su “Topolino” del 1989, è apparsa la parodia del poema I Nibelunghi e della stessa tetralogia wagneriana: La Trilogia di Paperin Sigfrido e l’oro del Reno.
E allora il folle che da ragazzo decise di riformare il teatro musicale tedesco, e ci riuscì, ci parla ancora, ma di cosa? Di come siamo o di come eravamo? Forse si può azzardare una risposta ripensando all’interpretazione che ne diedero i simbolisti francesi, quasi naturalmente attratti da Wagner che tra i primi cominciò a mettere in pratica il principio della fusione tra le arti scrivendo da sé i suoi drammi e recuperando al tempo stesso il potere dell’immaginazione. L’opera totale, che si incarna appunto nel dramma, è per i simbolisti l’unica arte possibile. La “Revue Wagnérienne”, fondata nel 1885, si fonda sul convincimento che il Ring sia una sorta di dottrina estetica nata allo scopo di condurre a un’alleanza tra movimento, parola e musica. Ma non è quello che accade oggi con la videoarte? O anche più prosaicamente nei giochi elettronici?

(©L’Osservatore Romano 22 maggio 2013)