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Dischi Sacra: Nei sublimi «Canti biblici» di Dvoràk i Salmi come risposta alla sofferenza

Cambia l’ordine dei fattori (o meglio, l’organico degli interpreti), ma il risultato finale rimane invariato: i Canti biblici di Antonín Dvoràk (1841-1904) sono infatti un capolavoro assoluto che non risente minimamente dello “strumento” utilizzato per eseguirli. Poco importa dunque che si faccia riferimento alla versione per mezzosoprano e pianoforte oppure che la voce solista sia accompagnata da una grande orchestra, perché quello che definisce la loro dimensione più autentica è un messaggio che abbatte qualsiasi barriera di carattere stilistico e formale.
Il compositore ceco scrisse i Biblické Písne op. 99 in lingua slava nel 1894 durante il soggiorno negli Stati Uniti, allorquando, nel giro di poche settimane, venne a conoscenza della scomparsa dei “colleghi” Cajkovskij e Gounod, di uno dei suoi più fedeli protettori (il direttore Hans von Bülow) e dell’irreversibile peggioramento della stato di salute del vecchio padre. Una sequenza di notizie tale da lasciare letteralmente senza parole, o meglio, da costringere il musicista a cercare quelle parole che meglio di altre fossero in grado di garantirgli sostegno e conforto; a Dvoràk non rimase dunque che fare affidamento sui pilastri della sua solida fede e sulle verità assolute racchiuse nel Libro dei Salmi per dare vita a dieci microcosmi sonori attraverso cui esprimere i propri sentimenti di dolore e smarrimento.
Una sorta di esercizio spirituale in musica meravigliosamente in sintonia con le personalità artistiche del mezzosoprano argentino Bernarda Fink (affiancata dal pianista Christoph Berner in un cd pubblicato da Harmonia Mundi e distribuito da Ducale) o della cantante ceca Magdalena Kožená, che affronta la versione orchestrale dei Canti biblici con i Berliner Philharmoniker diretti da Simon Rattle (cd pubblicato da Deutsche Grammophon e distribuito da Universal); due grandi soliste che queste pagine le portano profondamente impresse nel loro dna di interpreti e che si muovono perfettamente a proprio agio tra le tonalità sempre cangianti con cui Dvoràk investe le sue riflessioni sulla coscienza di finitezza dell’essere umano; attraverso il “canto”, appunto, carico di una domanda di significato che diventa preghiera di fronte all’insondabilità del Mistero.

avvenire.it