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DIO E RAGIONE, IL MONITO DI PASCAL


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Non il Dio dei filosofi, sosteneva Pascal, ma il Dio che è amore e tenerezza è il vero Dio. Da una parte, dunque, la filosofia e la ragione, dall’altra la fede. Mentre la fede attinge alla verità di Dio per una via tutta sua, misteriosa e luminosa come la certezza del cuore, la ragione ha ben poco da dirci in proposito, brancola nel buio, tutt’al più insegue un fantasma. Eppure, nel momento stesso in cui opera un taglio tanto netto, Pascal reimposta il problema filosofico di Dio con una radicalità ignorata dalla tradizione metafisica e da Cartesio in particolare. Problema che resta filosofico: si tratta pur sempre di pensare Dio. E di rispondere alla domanda: che cosa intendiamo con questo nome e con gli infiniti altri con cui lo designiamo? Che cosa significa questa figura, la più grande che si possa pensare, e soprattutto quella che può apparire per un verso necessaria e per l’altro superflua? In margine al dialogo fra credenti e non che «Avvenire» sta sollecitando, va detto che c’è oggi chi dice, all’interno di una tradizione risalente all’empirismo e all’illuminismo, che di Dio possiamo benissimo fare a meno, non solo perché la scienza non ne ha bisogno, ma prima ancora perché non sapremmo come definire tale concetto. E c’è anche chi risponde, appellandosi invece a una tradizione di stampo idealistico, che Dio altro non è che il logos scientifico e cioè la sostanza razionale di tutte le cose. Queste due posizioni sono speculari. In fondo poggiano sullo stesso presupposto: che Dio sia tutt’uno con la ragione. Per cui è inevitabile trarre la conseguenza che se Dio è la ragione, Dio non è Dio. Con ciò, evidentemente, il problema posto da Pascal è aggirato ed eluso. Chiede Pascal: come posso pensare Dio, fermo restando che Dio non è cosa della ragione ma del cuore? Pensare Dio significa interrogarsi sulla sua verità, sul senso che ha per me credere o non credere, sulle conseguenze per la mia vita di una decisione da prendere in assenza di prove ma impegnativa come nessun’altra. A sua volta che Dio sia cosa del cuore e non della ragione significa che non posso dedurlo ma neppure escluderlo su basi puramente razionali.
  Pascal in altre parole ci invita a prendere atto dei limiti della filosofia. Tanto da affermare che «la vera filosofia si fa beffe della filosofia». Presuntuosa e ridicola è la filosofia che pretende di dire non solo l’ultima parola, ma anche la prima. Miope è la filosofia che ritiene impossibile dire alcunché su ciò che sta prima e ciò che viene dopo, sulle cose prime e sulle cose ultime. Queste, le cose prime e le cose ultime, non appartengono alla filosofia, bensì alla religione. Mai e poi mai la filosofia potrebbe ‘inventarle’, produrle razionalmente. Esse sono tramandate non sappiamo come ma certamente ex alto. Se non altro nel senso che esse ci trascendono e noi vi apparteniamo come apparteniamo alla nostra storia più profonda e al nostro linguaggio più autentico: ciò che per l’appunto è religione. Ma se le cose prime e le cose ultime sono intime a noi più di quanto noi non lo siamo a noi stessi, come può la filosofia ignorarle? Il pensiero deve essere al tempo stesso molto umile e molto audace. Umile perché i contenuti su cui riflettere gli vengono da fuori, e lo sorprendono, proprio come ‘ladro nella notte’.
  Audace perché capace di spogliarsi di tutti i pregiudizi e ‘farsi libero’ nella verità.
  Secondo il più schietto insegnamento pascaliano. (di Sergio Givone –  avvenire)