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DIALOGHI IN CATTEDRALE – INTERVENTO DI MONS. CAPRIOLI


1.
“Dialoghi” è un genere letterario che viene da lontano, esercitato nella tradizione filosofica, pedagogica, culturale.

Ne ha fatto esperienza Platone in dialogo con il maestro Socrate, l’Agostino laico con i discepoli della piccola comunità di Cassiciaco alla vigilia della sua conversione e Battesimo nella Pasqua del 387 e come vescovo nel confronto con Felice, già richiamato da don Gianotti.
Più vicino ai nostri tempi il giovane Montini con gli universitari della FUCI negli anni ’30, e il filosofo Jean Guitton con Paolo VI all’indomani del Concilio.
 
2. Quale il significato di questi nostri “Dialoghi”? E perché in Cattedrale?
Scriveva Jean Guitton nella sua prefazione ai Dialoghi con Paolo VI: “Incombe sul nostro tempo la duplice minaccia della scomparsa della cultura dell’uomo… Siamo, forse, alla vigilia di un cataclisma della cultura in cui tutte le acquisizioni dell’uomo possono essere annientate, come conseguenza del distacco della cultura e dell’uomo dal mistero di Dio” (Dialoghi con Paolo VI, prefazione all’edizione italiana, Rusconi, 1986).
Sì, in questo momento così drammatico e capitale della storia della nostra civiltà ritorna quanto mai attuale l’interrogativo del Salmo: “Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?” (Salmo 8,5).
Al centro della nostra attenzione è proprio il problema della verità dell’uomo. Che cosa è l’uomo nella nostra cultura? Quale visione dell’uomo sta dietro a tante parole, immagini, spettacoli, fatti di costume?
 
3. Il primo intento di questi nostri Dialoghi in Cattedrale resta quello di entrare nel segreto di questo paradosso che è l’uomo: spirituale e carnale, desiderio del bene e incapacità di attuarlo, consenso alla legge della ragione e schiavitù del peccato.
Con l’apostolo Paolo ci siamo chiesti: “C’è una vera libertà per l’uomo d’oggi? Quale libertà?”. Dobbiamo continuare a domandarcelo, perché viviamo e soffriamo una crisi di fiducia nella verità dell’uomo, al tempo stesso di fede e di ragione.
Non è un caso che di primario interesse sia diventata la questione educativa, come ho richiamato nel documento “Ridisegnare il volto della città dell’uomo”. Dialogare è la sfida che quotidianamente mette alla prova genitori, educatori, pedagogisti, psicologi.
Già dagli anni Settanta, lo psicologo E. Erikson, in uno dei suoi ultimi scritti, denunciava con chiarezza il difetto dell’immagine dell’uomo adulto nella cultura contemporanea.
Cito un testo, nel quale la diagnosi è proposta in forma concisa: “Quando ero più giovane si parlava molto del secolo del bambino… Da allora abbiamo avuto qualcosa di simile ad un secolo del giovane. Ma, ditemi, quando comincerà il secolo dell’adulto? Qui, mi sembra, alcune domande rimangono senza risposta. E tuttavia la nostra conoscenza dei bambini oltre che dei giovani rimarrà alquanto frammentaria (per essi come per noi) se non sappiamo cosa vogliamo che essi diventino, o persino che cosa vogliamo essere noi stessi…
Senza questa conoscenza ci sentiamo vagamente colpevoli, sia che siamo permissivi o invece punitivi” (cf. E. Erikson, Aspetti di una nuova identità, Roma 1975).
 
4. Sì, grazie al dialogo tra i Relatori – LUCETTA SCARAFFIA, docente universitaria, con il vescovo Mons. FRANCO GIULIO BRAMBILLA, preside della Facoltà teologica di Milano e la Prof.ssa ROBERTA CARDARELLO preside di Scienze della formazione nella nostra Università di MO-RE in veste di moderatore, è stato reso possibile il confronto “con pace e tranquillità” su di un tema caldo del momento che viviamo. E li ringraziamo molto per questo.
 Non è mio compito, al termine di questo primo dialogo in Cattedrale, chiudere in alcuni miei pensieri un presunto bilancio di quanto abbiamo ascoltato, che va lasciato a ciascuno di voi. Un risultato mi pare possa accomunare come spunto saliente di questo confronto, che vorrei tradurre in un messaggio: “Il Vangelo è per tutti”.
Non è detto, infatti, che il messaggio di Gesù abbia da dire o da dare qualcosa solo a chi lo accoglie nella fede. Il Vangelo interpella l’uomo di ogni epoca, quindi anche della nostra: l’uomo in tutta la sua storicità di libertà e peccato, apertura dell’intelligenza e rifiuto dell’orgoglio. E questo chiede alla Chiesa una rinnovata sensibilità nel suo credere: una sensibilità che favorisca la comunicazione della fede, rendendola aperta alla ricerca di ogni uomo.
Dialogo in Cattedrale è come un sasso – nel caso la novità del Vangelo – gettato in un lago, che produce sulla superficie immobile cerchi sempre più larghi, che vanno oltre lo spazio esteriore di questo incontro, e si riflettono, uscendo dal tempio, negli ambiti della vita quotidiana: famigliare, professionale, civile, cittadina. Vanno dal cattolico al cristiano, dal cristiano al cittadino, dal cittadino all’uomo ‘tout court’, e viceversa…
 
5. È questa l’idea che mi ha mosso a proporre “I dialoghi in Cattedrale”. Non si può affermare che una Cattedrale sia luogo esclusivo del credente. Non si può né dal punto di vista storico né del suo valore attuale. Costruita e restaurata con la collaborazione di tutti, la Cattedrale è — e non ha mai cessato di essere — anche il simbolo della città, senza separazione tra la dimensione religiosa e quella civile.
Anche per questo aspetto, salvaguardando il suo primato di luogo di preghiera e di culto, la Cattedrale può diventare il luogo simbolo delle relazioni del Vescovo con la sua Chiesa, e di questa con la città. In questo senso Giorgio La Pira invitava a “rifare le cattedrali centro della città”, non solo mobilitando tutti nell’opera di restauro come intorno ad un bene comune o tesoro di famiglia, ma ricostruendo la città come luogo di crescita e di responsabilità.
Non mi resta che ringraziare tutti per la partecipazione, e darci l’appuntamento per giovedì 6 maggio su “Vangelo, legge e libertà” con il vescovo Luciano Monari e il prof. Massimo Cacciari come relatori, e don Gianotti come moderatore. Anche attraverso questi “Dialoghi in Cattedrale” sono convinto che anche la città può riscoprire un’anima, vivere esperienze di coralità, sentirsi un popolo.
 
+ Adriano VESCOVO
 
Reggio Emilia, 15 aprile 2010