Dare forza alla scuola. Ipotesi di studi superiori di 4 anni

L’avvio, a livello nazionale, di un piano di sperimentazione che, a partire dal prossimo anno scolastico, porterà cento scuole superiori a organizzare su quattro anni, anziché sui cinque attuali, i loro percorsi di studio, meriterebbe grande attenzione da parte dell’opinione pubblica. Si tratta di prospettive e scelte decisive per la qualità dell’istruzione dei nostri giovani, eppure il dibattito non sembra accendersi.

Le ragioni che, ormai da diversi anni, vengono addotte a favore di questa riduzione sono note ed Elena Ugolini le ha richiamate su “Avvenire” dell’8 agosto 2017: i nostri diplomati si affacciano al mondo dell’università o a quello del lavoro con un anno di ritardo – a diciannove anni – rispetto a molti colleghi di altri Paesi, che escono dalla scuola a diciotto. E, in una società globalizzata dove ormai la concorrenza è spietata, avere un anno di ritardo costituisce indubbiamente un handicap. Ridimensionando la secondaria sulla base dei quattro anni, si recupererebbe questo svantaggio e si favorirebbe l’ingresso dei nostri giovani nel mercato del lavoro.
Ci sono, però, anche degli argomenti in contrario. Perché l’alternativa è di fondo. È vero che viviamo in un’epoca in cui l’ansia di entrare nel mondo del lavoro fa avvertire con maggiore impazienza l’apparente spreco di un tempo, come quello della scuola secondaria superiore articolata in corsi di cinque anni, dedicato a studiare discipline “inutili”, quali le letterature, la storia, la filosofia, la storia dell’arte, per non parlare del greco e del latino, là dove sono previsti. È vero anche che nella stragrande maggioranza dei Paesi occidentali questo tempo è più ridotto che in Italia, anche perché alcune discipline che caratterizzano, per esempio, il nostro liceo, sono facoltative o addirittura assenti. Ma è possibile adeguarci a questo quadro con un semplice “aggiustamento”?

La nostra scuola secondaria si è finora ispirata, sia pure con cento contraddizioni, all’idea di una formazione globale delle persone. Chi ne ha esperienza sa che, per realizzare questo obiettivo, gli attuali cinque anni sono già insufficienti. Ridurli a quattro comporterebbe – come riconoscono lealmente i fautori della possibile riforma – «una revisione globale della nostra proposta educativa», che rischia seriamente di ispirarsi ad altri criteri valoriali, già ampiamente in vigore negli Stati Uniti e in molti sistemi d’istruzione europei. La funzionalità al mercato del lavoro è, appunto, uno di questi nuovi criteri. Certo, a prima vista questi sistemi godono di una salute di gran lunga superiore al nostro. Ma, a ben vedere, ciò che li rende invidiabili non è la qualità dei percorsi culturali, bensì le risorse strutturali – campus, laboratori, college, alti stipendi dei docenti – che in Italia non ci sono. Sotto questo profilo sì, sarebbe un progresso adeguarci agli standard degli altri Paesi! Ma questo aspetto non risulta previsto dalla eventuale riforma, che rischia così di impoverire – non solo quantitativamente – il livello educativo della nostra scuola, senza acquisire ciò che di buono hanno le altre.

Qualcuno potrebbe chiedere polemicamente, a questo punto, se i frutti di civiltà espressi da altri sistemi d’istruzione – anche alla luce della storia di questi ultimi anni – siano davvero tali da incoraggiare la loro adozione da parte nostra. Ma resterebbe sempre la questione dell’adeguatezza al mercato del lavoro che, non dobbiamo dimenticarlo, è la vera base – o, se si vuole, il motore – dell’ipotesi di riforma in questione. In realtà, però, è proprio guardando a questo problema che forse si deve se mai potenziare, non indebolire, la scuola secondaria. Perché nella società post-industriale, con l’accelerarsi dei processi di rinnovamento delle tecniche produttive, è diventato sempre più chiaro che lavorare non significa compiere un’azione fisica, magari azionando una macchina, ma innanzi tutto essere capaci di quella inventiva e di quella creatività che hanno le loro radici nella ricchezza di una personalità.

Oggi, in vista di un valido sbocco lavorativo, non si tratta più, come in passato, di addestrare a ‘fare’ l’una o l’altra cosa, ma di educare a ‘essere’ in grado di fare qualunque cosa. È a questo che la scuola deve mirare, non solo per garantire la dimensione umana del lavoro, ma per essere all’altezza delle nuove esigenze produttive. Gli sprechi di tempo e le incongruenze denunciati dai fautori della riforma sono reali e vanno superati. Ma questo è un antico problema che va affrontato già ora, e la cui eventuale soluzione – del resto tutt’altro che prevedibile a breve termine – non può essere garantita da nessuno e tanto meno potrebbe rappresentare una contropartita alla riduzione di ciò che di buono esiste!

È vero, il nostro Paese vive un momento difficile dal punto di vista economico. Ma la sua crisi più profonda non dipende tanto dalla debole crescita del Pil, quanto da un vuoto etico e culturale (e da una troppo prolungata irrilevanza di altri indicatori della reale condizione di una comunità civile) che ne ha per molti aspetti desertificato sia la sfera pubblica sia quella privata. Sperimentare non è mai un problema, purché sia chiaro in partenza che non è indebolendo lo spessore formativo della nostra scuola, anzi è rafforzandolo, che usciremo davvero da questa lunga crisi.

avvenire

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