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Dall’arte alla preghiera, il nostro esistere passa attraverso le mani

Le mani. Parte essenziale del nostro essere. Sono il nostro lavoro, l’aiuto necessario alla vita, descrivono, ricamano, dipingono, chiedono, offendono, uccidono, parlano, fanno il bene e il male. Si può applicare a esse ogni verbo del nostro esistere. Ricordo le mani di Manzù, quando un giorno mi permise di restare in un angolo del suo studio all’Aventino mentre plasmava la creta per le maniglie della porta di San Pietro. Trattenevo il fiato guardando quelle dita forti che creavano oggetti, animali, cose; poi gettava via quello che giudicava imperfetto e che io invece avrei voluto raccogliere, ma non osavo farlo. Ricordo le mani di un’amica quando ricamava la testata del letto per due giovani sposi. Sulla tela grezza e chiara nascevano ombre e luci di un prato dove i fiori più modesti, che non guardiamo mai, prendevano colori e forme gentili come per accarezzare il sonno nuovo di due giovani vite. E questo mi fa pensare al giorno della giostra del paese quando si rievocava l’antica lotta fra contadini e signori che si incontravano nella piazza con i loro costumi. Grano, fieno, fiori di campo prestavano il loro colore ai carri dei contadini e, quando le rose rosse non bastavano ed erano troppo care anche per la carrozza di chi rappresentava i signori del paese, mani capaci 1e facevano con i tovaglioli di carta del mercato. Dalle suore, quando frequentavo le elementari, potevo scegliere una materia per le ore pomeridiane. Inavvedutamente scelsi il ricamo. Ne restano in una vecchia credenza – a mia vergogna – tre piccoli tovaglioli dove il punto croce dal colore blu sta a testamento della mia buona volontà, ma anche dell’incapacità a usare le mani in un’arte tanto discreta quanto oggi preziosa. Ho sulla mia scrivania alcuni fiori in argento di “Mastro 7” – così si firma l’artista trentino che da anni porta la sua arte in giro per il mondo. Ogni mattina vedendoli mi chiedo da dove venga questa capacità di trasmettere il proprio pensiero attraverso il lavoro manuale. Con le nostre mani abbiamo accolto la vita, abbiamo ricevuto la prima carezza, abbiamo dato e offerto, abbiamo offeso e chiesto pietà. Nel nostro mondo dove ci lamentiamo delle piccole povertà, dimenticando quelle vere e mai sconfitte di altri Paesi, incontriamo con fastidio le mani tese di chi ha lasciato la propria terra per sempre. Un uomo di missione un giorno pregava così: «Fa’, mio Signore, che le mie mani siano aperte per tutti e, quando non avrò niente da offrire o da condividere, ch’io possa avere ancora un po’ di tepore tra le mie dita per riscaldare chi ha freddo e paura».

 

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