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Cultura: tutte le virgole di Manzoni

L’armadio delle edizioni d’epoca se ne sta in bella mostra nello studio del presidente del Centro nazionale di Studi manzoniani, nella Casa dello scrittore, al numero 1 di via Morone a Milano. Il presidente è Angelo Stella, linguista insigne e uomo capace di sottile umorismo. Estrae dal sacrario la famosa “Quarantana”, la deposita in grembo al visitatore, poi prende per sé un altro volume, in apparenza identico. I Promessi Sposi, capitolo XXXVIII, Renzo che elenca tutto quello che ha imparato nelle sue peripezie tra il lago e Milano, tra la carestia e la peste. «Lo vede che qui manca qualcosa?», indica Stella. È vero, nel testo di cui si è armato il professore non figura l’espressione ho imparato a guardare con chi parlo. Come mai? «Perché Manzoni non voleva che Renzo pronunciasse quella frase davanti a Lucia. Sarebbe stato eccessivo, indelicato», argomenta lo studioso. Notazione ineccepibile, ma il dubbio rimane.

La storia dei Promessi Sposi, così come siamo abituati a riassumerla, lascia sullo sfondo il maestoso laboratorio gotico del Fermo e Lucia e si concentra sul passaggio dall’edizione del 1827 (la cosiddetta Ventisettana) e quella, definitiva, illustrata da Francesco Gonin e pubblicata a dispense tra il 1840 e il 1842. La Quarantana, appunto. Che, a rigor di filologia, dovrebbe rappresentare l’ultima intenzione dell’autore. «Sì, ma negli anni seguenti ci fu la necessità di ristampare alcuni fascicoli, non più disponibili – spiega Stella –. Manzoni ne approfittò per intervenire, una volta di più. Fino all’ultimo, con una serie di correzioni più o meno evidenti». Una circostanza già segnalata da Fausto Ghisalberti in un importante saggio del 1939 e ora pienamente valorizzata nei Promessi Sposi curati e commentati da Teresa Poggi Salani, in uscita all’interno dell’Edizione nazionale ed europea delle opere di don Lisander (Centro nazionale Studi manzoniani, pagine CVIII+1.266, euro 90; il volume sarà presentato domani alle 17 a Milano, presso le Gallerie d’Italia, piazza della Scala 6, da un nutrito gruppo di relatori che comprende, tra gli altri, Giovanni Bazoli, Carlo Carena e Francesco Bruni). “Testo del 1840-1842”, annuncia il sottotitolo, ma le note della curatrice precisano che il criterio al quale ci si è attenuti consiste nel riportare in modo sistematico le migliorie volute da Manzoni all’altezza del 1845.

«Non bisogna aspettarsi cambiamenti clamorosi – avverte Stella – ma a guardare bene, in trasparenza, di correzione in correzione il disegno del romanzo si fa ancora più chiaro, ancora più convincente». Qualche esempio? «Beh, Manzoni lavora molto sulle virgole», risponde con calma Stella. Può sembrare un dettaglio trascurabile, questo della punteggiatura, ma non è così. «È un’azione di cesello che attenua in buona parte la famosa “risciacquatura in Arno” – insiste il professore – imprimendo alla prosa un andamento più ritmato, a tratti più drammatico. E questo già nelle primissime righe, quelle del ramo del lago di Como, per intenderci». Virgole che vengono, virgole che vanno. Una, rivelatrice, è lasciata cadere nel dialogo tra Lucia e l’Innominato, al capitolo XXI, quando la ragazza implora di non essere lasciata sola nella cella e di essere invece accompagnata in chiesa: «que’ passi Dio glieli conterà», dice tutto d’un fiato al suo carceriere. Nessuna pausa dopo “passi”, al contrario di quanto avveniva in precedenza. Basato sulla capillare ricognizione della letteratura critica e sostenuto dal completo controllo della situazione testuale, il commento di Teresa Poggi Salani intende anzitutto mettersi al servizio del romanzo, adottando la regola aurea di «commentare Manzoni con Manzoni».

Una soluzione che esalta la compattezza teologica della «cantafavola». Elemento, questo, sottolineato a più riprese dalla densa “Presentazione” che Stella premette alla nuova edizione. Da una revisione all’altra, Renzo si conferma sempre più come viandante, cercatore della Grazia preannunciata nell’Adelchi e rigorosamente indagata nelle Osservazioni sulla Morale Cattolica. Non per questo, però, smette di essere un uomo semplice, alle prese con una vicenda più grande di lui, eppure caparbiamente impegnato a ragionare su quale possa essere, alla fine, il sugo di tutta la storia». La protagonista assoluta è però Lucia, che nel corso dell’assiduo lavorio linguistico manzoniano finisce per inglobare in sé le caratteristiche, spirituali e sensuali insieme, di cui danno testimonianza gli Inni sacri (preziosa, tra le molte puntualizzazioni di Stella, quella a proposito della «casta porpora» evocata nella Pentecoste. L’affrontamento decisivo contrappone Lucia e Gertrude, la vergine che si sottomette al voto e la peccatrice che a quello stesso voto si ribella, infrangendolo e infangandolo. Sarà una coincidenza, ma una delle tavole più conosciute del Gonin è proprio il ritratto della Monaca di Monza, con la «ciocchettina di neri capelli» che sfugge per vezzo dalla benda e, nell’illustrazione, finisce per assomigliare a una virgola rimasta fuori posto.

 

Alessandro Zaccuri – avvenire.it