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Crisi e Chiesa nell’Anno della fede

Se prima non verrà estirpato questo “cancro” che con le sue metastasi blocca tutto, inaridisce non solo la vita delle comunità cristiane ma la fede stessa; è impensabile che la Chiesa possa impegnarsi in un’opera di riforma.

LDunque, il clericalismo è rispuntato. In questi anni, molte cose sono cambiate nel cattolicesimo, e in meglio. Sono cambiate specialmente sul piano della spiritualità, della testimonianza, dell’impegno nella carità. Eppure il clericalismo è sempre lì, annidato nel “corpo” della Chiesa e nella quotidianità di tanti suoi membri. Continua a rappresentare un modo di pensare, di vivere. C’è una cultura clericale. C’è una mentalità clericale che è talmente penetrata nell’identità di molti sacerdoti da esserne diventata una seconda natura. E non è soltanto diverso da quello dei secoli passati, il clericalismo di nuovo tipo: è più pericoloso, potenzialmente molto più pericoloso.

(foto © DAVID LEES / CORBIS).

(foto © DAVID LEES / CORBIS).

Prima, benché nato proprio come “dominio dei chierici”, aveva quanto meno sostenuto la Chiesa e il papato di fronte agli attacchi dei nemici esterni. Mentre adesso sembrerebbe diventato un sistema per così dire “corporativistico”, e cioè un sistema di difesa della “casta” clericale, e dei privilegi dei suoi componenti. Ma che, per i meccanismi che mette inevitabilmente in moto, può stravolgere l’esercizio dell’autorità in puro autoritarismo. O, peggio ancora, può degenerare in una “onnipotenza” che finisce perammettere tutto, per permettere tutto. Non è forse successo proprio questo con la vicenda dei preti pedofili?

Che cosa è stato se non un infamante abuso di potere, e di un potere per giunta “sacro”, l’atto di violenza compiuto da quel sacerdote su quel bambino? E che cosa è stata, se non un’abnorme interpretazione della propria autorità, l’imperdonabile decisione di quel vescovo di nascondere il male commesso dal suo ministro corrotto? Ma non c’è bisogno d’arrivare a questi esempi estremi, mostruosi, per spiegare in cosa consista il nuovo clericalismo. Se c’è un aspetto che colpisce in questo fenomeno è proprio la sua “normalità” e, contemporaneamente, il fatto di manifestarsi a tutti i livelli, senza alcuna eccezione. In generale, si può parlare di atteggiamenti clericali che via via si traducono in una visione gerarchica, e sempre più autoritaria, della missione della Chiesa e della sua presenza nel mondo.

E poi ci sono i comportamenti dei singoli, le loro aspirazioni a cambiare ruolo, a venir promossi: il parroco che spera di diventare vescovo, il vescovo che mira a una diocesi più grande o addirittura al cardinalato. E qui, specialmente qui, tutto si tiene. Ci sono dinamiche, prassi e garanzie istituzionali che proteggono gli interessi di quanti si trovano appunto nello stato clericale. E che inevitabilmente spingono, chi voglia usufruirne, a “far carriera”, a salire i gradini che portano in cima al “sistema”. Anche perché solo a chi possieda lo status di chierico spetta l’esercizio della potestà di ordine e di governo ecclesiastico.

Nuovo genere di clericalismo

E non c’è solo il carrierismo. C’è questo nuovo genere di clericalismo che salta fuori dai tanti scandali che Vatileaks ha scoperchiato: i conflitti tra gli alti gradi della gerarchia ecclesiastica, l’arroganza con la quale si rivendicano posti di potere, le vendette, la freddezza burocratica con la quale si liquidano le persone che danno fastidio, le falsità che vengono messe in giro sugli avversari. E ancora, il clericalismo che si respira in non poche curie diocesane (dove il vescovo tratta i suoi preti come semplici pedine di una scacchiera) e in non poche parrocchie (dove i sacerdoti continuano a considerare i laici cristiani dei semplici collaboratori, sottomessi, che devono solo ubbidire e se svolgono un determinato compito, ad esempio la catechesi, farlo solo per “delega” del parroco).

Oltretutto, avvertendosi oggi un clima di particolare ostilità verso la Chiesa, questo nuovo clericalismo ha avuto buon gioco nel mimetizzarsi dietro l’esigenza (apparentemente giustificata) di alzare le difese, di rivendicare più fortemente l’identità cattolica. Così, non solo è tornato a essere – per i chierici – uno stile di vita, un modo di esercitare il ministero sacerdotale ed episcopale; ma ha cominciato a contagiare anche non poche coscienze di laici cristiani, sempre più spaesati nell’attuale clima d’incertezza morale e culturale, e quindi sempre più portati a guardare alla dimensione religiosa come unico possibile “rifugio”. Con il rischio, però, non solo di una crescente disaffezione dagli impegni civili e politici, ma anche di una vita spirituale molto chiusa, intimistica, ai limiti dell’integralismo.

Come si vede, il clericalismo vive ramificandosi in tante forme diverse, in tante situazioni diverse, fino ad attraversare ormai l’intera comunità cattolica. Passano gli anni, cambiano i tempi, e tuttavia questa mala pianta riesce a mettere sempre nuove radici nei cuori degli uomini, nei meccanismi istituzionali e burocratici. E se prima – lo dico accentuando volutamente i toni della mia provocazione, estremizzando di proposito le mie argomentazioni, proprio per far prendere coscienza del gravissimo problema – se prima non verrà estirpato questo “cancro” che con le sue metastasi blocca tutto, frena tutto, inaridisce non solo la vita delle comunità cristiane ma la fede stessa, è impensabile che la Chiesa possa impegnarsi in una grande opera di riforma. E ridiventare una vera famiglia, dove nessuno debba sentirsi messo da parte, emarginato. Ma allora, in concreto, che fare? Come riuscire a sciogliere questo nodo gordiano? Per cominciare, sarebbe necessario riflettere sulla figura stessa del sacerdote e sull’autorità che gli è propria: perché è da lì, da questa esclusiva nell’esercizio della “potestà di ordine e di governo”, che nascono le ambiguità e, con il tempo, le deviazioni del potere ecclesiastico.

Una volta fatto questo primo passo, sarebbe più che naturale mettere sotto esame sia l’accesso alle diverse funzioni, competenze e responsabilità nella Chiesa (accesso finora riservato solo a chi abbia lo status di chierico), sia il modo stesso di governare, che in genere è di tipo autoritario, impone quanto meno una rigida obbedienza. Sotto esame dovrebbe anzitutto venir messa la curia romana, diventata vero centro di potere, sempre più autonomo rispetto a quello pontificio: e quindi con il pericolo – come già si sta vedendo – di gettare un’ombra scura sul ministero universale del Papa.

Strutture da riformare E così, parlando di curia, arriviamo naturalmente a parlare di strutture, e della Chiesa gerarchica. Essendo presente nel mondo, nella società civile, e perciò operando quotidianamente nella storia, la Chiesa ha necessariamente bisogno di una struttura visibile. Ma – come ricordava il cardinale Carlo Maria Martini in una sua risposta a un lettore sul Corriere della Sera – la configurazione dell’aspetto istituzionale «è primigenia solo in pochi punti. Per il resto è sottoposta alla legge dell’adattamento e del cambio». Di conseguenza, si tratta di strutture che si possono, non certo abolire, questo no, ma legittimamente riformare, o quanto meno modificare. E, questo, specie quando – per un uso indebito o distorto del potere – tali strutture siano arrivate al punto di limitare, se non addirittura in certi casi di reprimere, la libertà degli stessi credenti. Insomma, ci sarebbe da rivedere, in una prospettiva completamente diversa, il tema del potere nella Chiesa, un tema decisivo per il futuro del cattolicesimo. E, nello stesso tempo, bisognerebbe liberare la Chiesa gerarchica dal vizio d’origine che si porta dietro, e cioè da un certo servizio dell’autorità che la trasforma automaticamente in una struttura piramidale, in una casta, in un organismo di potere. Tanto più che il clericalismo costituisce l’ostacolo principale per una maturazione del popolo di Dio che favorisca il passaggio da una fede spesso ereditata, e comunque rimasta alla superficie, a una fede frutto di una scelta personale, matura, convinta, aperta, incarnata nella realtà quotidiana. Non ci si può rassegnare al fatto che la Chiesa venga vista solamente nel suo aspetto istituzionale, identificandola oltretutto con la gerarchia, ossia i preti, i vescovi e il Papa.

La Chiesa invece è composta fondamentalmente da tutti coloro – chierici e laici, uomini e donne – che credono in Gesù Cristo. Ed è l’intero popolo dei battezzati – pur con le sue fragilità, le sue difficoltà, e perfino con i suoi tradimenti – che può, anzi, che deve testimoniare la speranza cristiana nella storia dell’umanità, nella vita di tutti i giorni. Gregorio Magno aveva affermato per primo che il vescovo di Roma è servus servorum Dei, e che i fedeli andavano rispettati, aiutati. Nella sua opera più famosa, Moralia in Job, aveva scritto: «Ritengo come un dono ciò che ciascuno dei fedeli potrà sentire e comprendere meglio di me; perché tutti coloro che sono docili a Dio, sono organi della verità! Ed è in potere della verità che essa si manifesti per mezzo mio agli altri o che per gli altri giunga a me». Era il sesto secolo.

Gian Franco Svidercoschi

vita pastorale marzo 2013