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Cosa vedranno i cardinali elettori entrando in conclave? La lezione della Sistina

di Antonio Paolucci

 Quando i cardinali elettori entreranno nella Cappella Sistina dalla Sala Regia il loro primo sguardo sarà per il riquadro in affresco con la Consegna delle Chiavi di Pietro Perugino. Due figure monumentali si fronteggiano: il Cristo, che affida al Vicario le chiavi del Regno, e Pietro che in ginocchio le riceve. Tutto è armonia, solennità, assorto silenzio: il primato di Pietro e quindi dei Romani Pontefici è rappresentato con maestosa semplicità e suggestiva naturalezza.
Quando però i cardinali elettori alzeranno lo sguardo verso il Giudizio di Michelangelo vedranno raffigurato un episodio che è la negazione di quello che ho prima descritto. Vedranno un atletico torvo muscoloso Pietro, restituire a Cristo Giudice le chiavi. Perché il tempo è finito, la Storia non c’è più. Anche la Chiesa ha esaurito la sua missione. Chi guarda il Giudizio ha l’impressione che non ci sia una parete ma che lo sguardo si apra verso uno spazio infinito fatto di aria gelida e azzurra. Chi entra nella Sistina entra di fatto in una straordinaria sciarada teologico-scritturale ma entra anche nella foresta di immagini più affascinante che mai sia apparsa sotto il cielo. Se poseranno lo sguardo sui riquadri in affresco del ciclo quattrocentesco i cardinali elettori vedranno le corrispondenze, i rispecchiamenti fra l’Antico e il Nuovo Testamento.
Ma per i cardinali elettori come per gli oltre cinque milioni di persone che ogni anno sostano in Sistina l’attrazione principale saranno gli affreschi di Michelangelo. L’eterno Padre che divide la luce dalle tenebre è una figura acrobatica che dilaga sul nulla primigenio. È il turbine della creazione, è il lampo subitaneo dal quale tutto ha avuto inizio. Così Michelangelo ha dato immagine alla sua idea del Big bang. Sarà il Giudizio tuttavia ad attirare più spesso gli sguardi dei cardinali elettori. Ci sono molte cose nel Giudizio. C’è la Chiesa trionfante disposta a emiciclo intorno al Giudice celeste. Ci sono gli angeli e i demoni che si contendono le anime dei risorti, c’è la fornace dell’Inferno che ribolle e fiammeggia dalle spaccature della terra. C’è l’autoritratto anamorfico caricaturale del pittore stesso, affidato alla pelle scuoiata che, simbolo del suo martirio, san Bartolomeo esibisce.
Ma il vero fuoco teologico della composizione, monito terribile per i cardinali elettori come per ogni cristiano, sta nella parte alta dell’affresco, là dove un turbine di angeli in volo porta gli strumenti della Passione: la colonna della flagellazione, la croce, la corona di spine, la spugna dell’ultimo supplizio. Per tutti e per ognuno saranno quelle le prove testimoniali al tribunale del Giudizio. Perché Cristo è morto per noi saremo giudicati. Per la nostra fedeltà alla Croce saremo salvati o dannati.

(©L’Osservatore Romano 10 marzo 2013)

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