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Cooperative sociali, l’Iva resta al 4%

Pericolo scampato, per ora. Esce dalla legge di stabilità l’aumento dell’Iva per le cooperative sociali dal 4 al 10%, prevista a partire da gennaio 2013. Se ne riparlerà tra un anno. Ma in questo periodo il mondo dell’economia non profit si è già dato l’obiettivo di riuscire a convincere il governo, e soprattutto la Commissione europea – che sull’agevolazione aveva mosso i primi passi per una possibile procedura d’infrazione – della bontà e dell’utilità di questo trattamento fiscale.
Le 9mila coop sociali italiane occupano oltre 330mila persone e offrono servizi di welfare a più di 5 milioni di cittadini, lavorando per Comuni e Asl. È il mondo delle comunità d’accoglienza per giovani o minori, di tanti asili nido, dei servizi socio sanitari per anziani e disabili, di aiuto ai lavoratori espulsi dal sistema produttivo. Secondo l’Alleanza delle cooperative sociali 6 punti in più di Iva avrebbero significato un aumento di costi per il sistema dei servizi sociali di 510 milioni di euro, per il 70% a carico dei Comuni e per il 30% delle famiglie degli utenti.

«Lo stop all’aumento è un segnale positivo – commenta il presidente di Federsolidarietà, Giuseppe Guerini – e dobbiamo ringraziare i molti parlamentari che hanno compreso cosa c’era in gioco e sono riusciti a convincere il governo. Ora il nostro lavoro si sposta a Bruxelles per far capire alla Commissione che l’Iva agevolata è una buona prassi, che va difesa e promossa. C’è un anno di tempo». Il regime Iva delle coop sociali, del 1991, è stato messo in discussione perché le normative Ue proprio da quell’anno non lo consentivano più. «La Commissione però il 19 ottobre scorso ha aperto una consultazione pubblica per un confronto tra gli Stati sull’Iva agevolata – continua Guerini –. È un’opportunità formidabile da sfruttare. Dimostreremo che l’Italia non ha violato alcun trattato, ma soprattutto che questa agevolazione è fondamentale in un momento in cui l’Ue vuole sviluppare l’impresa sociale come leva di crescita e di innovazione».

Il modello italiano come soluzione da esportare nella ridefinizione del welfare europeo. La pensa così anche Claudia Fiaschi, presidente del consorzio di coop sociali Cgm: «Ci sono tutti i fondamenti giuridici per mantenere il nostro regime Iva, il problema è far capire il ruolo di questo tipo di economia per lo sviluppo e la tenuta sociale del Paese. In un momento in cui l’Ue sta lanciando il tema dell’impresa sociale, l’Italia ha un modello validissimo da esportare. Dobbiamo solo farlo capire». Il nodo della comunicazione è un tema che ricorre, anche in chiave di autocritica: «Serve un governo sensibile a questi temi, ma il nostro mondo è rimasto per troppo tempo invisibile, non è riuscito a far capire il ruolo che ha in un momento come questo».
Un’opportunità da cogliere al volo, come dice Johnny Dotti, presidente di Welfare Italia. «Abbiamo un anno di tempo da sfruttare per fare due cose – spiega –. La prima è far capire bene alla politica cosa facciamo e quanto siamo importanti. La seconda è elaborare una strategia per guardare oltre l’Iva e trovare anche strade differenti di sostegno e forme più evolute per consolidare il rapporto con gli enti locali. Alzare l’Iva alle coop sociali non è come alzarla su una Mercedes, anche se in questo caso ci sarebbe subito una sollevazione. Dobbiamo far crescere la sensibilità pubblica, innovare, ripensare le forme di contratto con gli enti pubblici, chiudere con le gare al massimo ribasso, rivedere le modalità dei capitolati. Il modello di welfare è in crisi in tutta Europa, se lo si vuole mantenere con caratteristiche di universalità, in un contesto in cui la politica è assente, dobbiamo passare a una fase molto più decisa di proposta».

 

Massimo Calvi – avvenire.it