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Su Il Foglio, che pare oscillare dal fondamentalismo para-cattolico al radicalismo, era comparsa, mercoledì 9, un’intera pagina di pesanti accuse al successore di Pietro – «Questo Papa non ci piace» – a firma di una coppia fissa di personaggi abbastanza noti nell’ambito del “tradizionalismo”, che credono di saperne più del Papa e di vescovi e che, però, dopo dieci anni di incursioni per l’etere, si sono alla fine meritati un gentile «Prego, la porta è di qua» da Radio Maria, giustamente scandalizzata. Venerdì 11 Il Foglio ha ripetuto l’operazione con l’articolo di un altro autore, aggressivo e pressoché sconosciuto, secondo il quale «Francesco sta fondando una nuova religione opposta al Magistero cattolico». In questa stessa pagina di Avvenire, di tutto ciò ha già dato conto Rosso Malpelo e, dunque, aggiungerò soltanto come suggerimento di onorare la prima tra le virtù cardinali: la prudenza. Quando, come la coppia appena ricordata, si fanno molti ricorsi alla Parola di Dio, non si dovrebbe trascurare, come minimo, quel monito di Gesù che avverte di «non giudicare se non volete essere giudicati» (Mt e Lc). Da quello religioso il pendolo del Foglio si è poi spostato, giovedì, verso il versante radicale. Angiolo Bandinelli, già segretario e deputato del Partito radicale, difende la coppia dei “Genitore 1 e 2”, che dovrebbe sostituire quella di “Padre” e “Madre” nei documenti scolastici: «Che ci sarà mai di inaccettabile nel chiamare padre e madre “Genitore 1” e “Genitore 2”?». A parte il fatto che, nelle coppie gay sarebbe necessario aggiungere un “Genitore 3” (quello che fornisce il gamete o l’utero occorrenti), i sostenitori di questa poco intelligente trovata dimenticano che il giochetto non funzionerebbe in nessun modo. Nelle due caselle genitoriali comparirebbero in ogni caso due nomi propri femminili o due maschili e quel velo di ipocrita e non virtuosa prudenza messo a illusoria protezione dei bambini sarebbe inevitabilmente strappato.

QUEL SOFFIO DI VITA
«Meglio l’eutanasia privata di quella concessa per legge»: a un lettore che (giovedì 10) chiedeva lumi sulla scelta di una legge che autorizzi il suicidio come eutanasia, Mario Cervi, scrittore e già direttore di Il Giornale, 92 anni di età, risponde facendo ricorso alla sua esperienza (è stato definito giustamente «un pilastro della storia giornalistica italiana»): «Concordo con la tesi secondo cui il giorno in cui non si è più in grado di raggiungere autonomamente il proprio bagno, è meglio, ad evitare umiliazioni, farsi accompagnare verso l’epilogo fatale». Chi, però, vorrebbe farsi boia privato di un’eutanasia privata? Il giorno prima era stato Corrado Augias a difendere «il diritto di staccare la chiave» citando il “Midrash Qohelet Rabbà” (un’interpretazione rabbinica che attualizza, in questo caso, il Qohelet): «Quando uno è giovane si esprime con la poesia, quando è maturo parla con i proverbi sapienziali, quando è vecchio non gli resta che alito evanescente». Augias commenta: «La parola ebraica “hevel” (alito) ricorda anche il “soffio” del Signore, che ha dato vita al primo uomo». No: quel soffio non fu un alito evanescente, non poteva esserlo. Fu un soffio potente, come è scritto nel libro di Giobbe (33,4): «Lo “spirito di Dio” (ruah’el) mi ha creato e il “soffio dell’Onnipotente” (nishmat shadday) mi dà vita» (Da M. Cimosa, “Genesi 1-11. Alle origini dell’uomo”, Queriniana, 1990).

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