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Qualcuno chiama «pastorale» la liberalizzazione della cannabis

Una strana, sorprendente alleanza si è stretta giovedì scorso (9 gennaio) tra l’Unità e Il Foglio. Firmatari due parlamentari del Pd per la prima e Camillo Langone, il cattolico più in odore di «destra divina» (parole sue), per il secondo. Contenuto: la «cannabis libera», vale a dire la più recente trovata in materia di liberalizzazioni realizzata dall’Uruguay, che, sventolando la bandiera della marijuana di Stato, si è meritato la corona di «Paese dell’anno» dall’Economist, autorevole rivista britannica. L’Unità ha chiamato in causa l’ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, che ora è responsabile della Commissione globale per le politiche sulle droghe del medesimo organismo e contrario anche lui al proibizionismo. Sul Foglio, Langone si è rifatto al principio «del male minore teorizzato da Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino», ai «Padri della Destra come Baudelaire e Jünger» e, infine, allo sfollamento delle carceri. Trovata ipercattolica a effetto: «Liberalizzare la cannabis non metterebbe in discussione una virgola della Sacra Scrittura» (i personaggi dell’Antico Testamento non fumavano, però spesso si ubriacavano). Riflessione zoologica: «Dietro certe indignazioni per alcune droghe ci sento un riflesso pavloviano, qualcosa di canino più che di umano». Finale paracattolico: un editoriale non firmato del Foglio del giorno precedente diceva: «Nell’epoca in cui Papa Francesco guida la Chiesa e la misericordia e la tenerezza possono lavare l’onta dei peccati più gravi, anche noi ci sentiamo tentati dalla pastoralità». Che dire (esegesi di Francesco a parte)? Una società sulla soglia del gender, che ha legalizzato divorzio, aborto, fecondazione artificiale e recepirà le nozze tra omosessuali, e dove certi tribunali emettono condanne capitali che anticipano l’eutanasia legale, la cultura del cedimento e dell’imitazione (“persino in Uruguay si fa già così…”) si va radicando anche là dove meno la si aspetta.

CARO FIGLIO, NON TI SCRIVO
Quattordici “personaggi”, che hanno in comune l’essere genitori (meno il primo, nonno Umberto Eco) scrivono su l’Espresso una lettera ai propri figli per dire che cosa vorrebbero per loro e da loro in questo nuovo anno e in quelli futuri e così occupano cinquantuno pagine. Fitte fitte e a caratteri assai piccoli sono tre e mezzo per ciascuno, che sembrano un po’ troppe, soprattutto perché a pochi figli verrebbe voglia di leggerle. Vi si parla di tutto: la memoria storica, il ruolo del cinema, il razzismo, l’ambiente, la musica, il web (la rete), l’economia, la giustizia, il lavoro, l’amore, il ribellismo, la globalizzazione, Napoli, l’omosessualità, la nostalgia (dei padri per i figli), l’odio, il perdono. È strano che, quanto alle dimensioni delle lettere, nessuno di questi “intellettuali” (scienziati, scrittori, registi, musicisti, politici, astronauti, anche stranieri) si sia accorto che i giovani non vogliono prediche, ma testimonianze e poche parole concrete. E magari qualche illuminazione che vada in profondità, come il perché dell’esistenza dell’uomo, dell’amore del prossimo, se l’autodeterminazione sia una cosa seria o no. Insomma, anche qualche pensiero di ordine spirituale: va bene che siamo all’Espresso che più laicista non si può ma, ci si creda oppure no, Dio è, almeno, un problema con il quale prima o poi capita di dover misurare la propria vita. Avete letto il numero di Noi genitori e figli del 22 dicembre? Solo 42 pagine, ma quanto di più valgono delle 51 dell’Espresso.

IL BUON GIORNO
«Sì, il buongiorno si vede dalla voglia. Di bestemmiare»: Il Fatto Quotidiano, nel giorno dell’Epifania.

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