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Commento – XXIII Domenica del T.O. – Anno A 7 Settembre Commento su Mt 18,15-20

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Siamo nel quarto discorso di Gesù: il discorso «ecclesiale».
Se si legge attentamente questo passo e lo si colloca nel giusto contesto, noteremo una cosa che sfugge a una lettura superficiale.
A prima vista questo testo sembra una fredda procedura giuridica, disciplinare verso chi sbaglia nella chiesa. In realtà è un vangelo di misericordia. È un invito alla pazienza, sull’esempio del Padre celeste.
Matteo sta concentrando ormai la sua attenzione sulla comunità dei discepoli, sulla «Chiesa»: ecco la parola tipica di Matteo.
«Se non ascolterà neanche i testimoni, dillo alla “chiesa”.
Si è sempre tradotto comunità, assemblea… Il termine «chiesa» è un regalo di Matteo.
Purtroppo questa parola richiama un certo tipo di mondo: preti, suore, gerarchia, sacrestie…
Il Concilio Vaticano II ha cercato di «ringiovanire» questo termine. Non è un’assemblea qualunque: è la «Chiesa» nella quale Cristo è presente. «Io sono con voi…» (ultima parola del Vangelo di Matteo).
Cristo si identifica talmente con la Chiesa da conferirle il potere divino di perdonare i peccati.
Matteo scrive a una comunità che, oltre la persecuzione esterna, sente all’interno la estenuante fatica della comunione, con il peso dei limiti e delle fragilità di ognuno.
La «comunione» è frutto di un combattimento continuo, perché è una realtà continuamente sotto le raffiche delle potenze infernali, che conoscono bene la parola di Gesù: «Siate uno, perché il mondo creda».
«Se un tuo fratello…»: Non mi do pace, perché è un mio fratello! Mi sta a cuore, perché sta a cuore a Dio. Più sono unito a Dio, più avrò a cuore il mio fratello.
Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello.
Fortissimo questo «avrai guadagnato»!
Procedimento di misericordia.
Se poi alla fine il fratello rifiuta di ascoltare, se lui stesso si mette fuori dalla comunione, la Chiesa non dovrà più sentirsi responsabile. Non resta che pregare per lui e affidarlo alla misericordia del Padre.
I versetti finali sono di estrema importanza. Un tema costante del vangelo di Matteo è l’impotenza: il mondo va male e noi ci sentiamo impotenti. Si sente il bisogno di implorare continuamente. La preghiera sarà efficace solo se sarà la preghiera del Signore. Bisogna essere riuniti nel suo nome. Il suo nome significa la persona.
Noi siamo incapaci di pregare.
La preghiera diventa infallibile solo se è quella di Cristo.
Qualunque cosa allora ci verrà concessa dal Padre.
Demolire i nostri progetti, entrare totalmente nella mentalità di Cristo, essere presi solo dai suoi programmi.
Conclusione: c’è un solo Orante, il Cristo, e c’è una sola Preghiera, la sua, nella quale noi siamo «assunti», per un dono del Padre.

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