Come per sport ma è pura poesia

Avvenire

Il rapporto fra il mondo dello sport e quello della poesia affonda le sue radici nella notte dei tempi. Nelle edizioni dei Giochi Olimpici antichi, oltre alle gare di corsa a piedi o con i carri, al pugilato e al terribile pancrazio, erano previste gare di poesia e venivano rappresentate opere drammatiche dei più grandi letterati. Inoltre la poesia era lo strumento fondamentale per amplificare la fama e la gloria dei vincitori, famosi e adorati dal popolo come star hollywoodiane. I campioni olimpici volevano il miglior cantore disponibile su piazza per declamare le loro gesta e il più grande di tutti, Pindaro, ci ha lasciato versi scolpiti nell’eternità sulle virtù fisiche, morali e intellettuali di quei campioni. 
Anche i Giochi moderni, alle loro origini, tentarono di riproporre competizioni artistiche. Si andò avanti da Stoccolma 1912 fino a Londra 1948, ultima edizione delle gare di architettura, letteratura, musica, pittura, scultura. In quell’ultima occasione, per essere precisi, le gare di letteratura vennero divise in due categorie: la poesia epica e quella lirica. La medaglia d’oro nella poesia lirica la vinse il finlandese Aale Tynni, mentre l’ultimo campione olimpico di poesia epica fu un… azzurro, il triestino Gianni Stuparich. 
Il rapporto sport/poesia diventò solido grazie a un altro triestino, Umberto Saba, autore di cinque poesie dedicate al gioco del calcio, anche se un top-player come Giacomo Leopardi aveva ben prima pubblicato Ad un vincitore del gioco del pallone, dedicata a Carlo Didimi, campione del gioco del bracciale che aveva impressionato il poeta dominando, nel 1821, una partita nello sferisterio di Macerata di fronte a diecimila persone. 
Insomma, tutta questa premessa per raccontarvi che a Medellín, Colombia, da dove in questo momento scrivo, ho scoperto la più efficace interazione sport/poesia del XXI secolo (ammesso di non voler considerare poesia direttamente un dribbling di Messi o una rovesciata di Cristiano Ronaldo). Qui a Medellín, negli anni 90 uno dei posti più pericolosi al mondo, intuirono che sport e poesia avrebbero potuto cambiare, in meglio, la città e i cittadini. Così iniziarono investimenti su impianti sportivi, sulla cultura del movimento (è straordinario vedere ogni domenica mattina le grandi arterie stradali, di solito congestionate di auto, completamente chiuse al traffico e invase da podisti, runner, ciclisti) e sul “Festival internazionale di poesia”. La prima edizione fu nel 1991, anno in cui Pablo Escobar si consegnava volontariamente alla giustizia colombiana in cambio della non-estradizione negli Usa e della possibilità di costruirsi una prigione privilegiata e di lusso, La Catedral. 
Nel 1991 Medellín iniziò timidamente a diventare un luogo dove i poeti, umani apparentemente in via d’estinzione, erano chiamati a declamare in pubblico i loro versi. Il primo anno gli spettatori furono 1.500, ma il risultato fu benzina sul fuoco dell’entusiasmo degli organizzatori. Già nell’anno successivo, il 1992, gli spettatori diventarono 20.000 e negli ultimi anni del vecchio secolo sfiorarono le 70.000 persone. Oggi i poeti che arrivano a Medellín. letteralmente da tutti i cinque continenti, diventano famosi come calciatori, e leggono i propri versi davanti a folle oceaniche, dentro ad anfiteatri naturali, parchi, strade, auditorium o stadi. Negli ultimi anni sono state più di cinquanta le nazioni rappresentati da un proprio poeta e il pubblico presente ai reading ha superato le 180.000 persone. Le poesie vengono lette in tutte le ore del giorno e dovunque c’è gente che ascolta, partecipa, approva o disapprova rumorosamente, applaude o fischia. Proprio come quando giocano i biancoverdi dell’Atletíco Nacional! 

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