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Com'è antico il cuore dell'Etiopia cristiana

di Alessandro Bausi Università di Amburgo
Raggiunto dal cristianesimo già alla metà del iv secolo, ma già penetratone in profondità ed estensione agli albori del vi al più tardi, il Regno di Aksum – radicato negli altopiani delle odierne Etiopia settentrionale ed Eritrea – ha marcato la regione con un’impronta religiosa e culturale duratura e persistente, che ha legato in un unico destino la chiesa etiopica a quella egiziana di Alessandria (greca, copta e poi copto-araba) per secoli fino alla metà del xx secolo, allorché la prima ha acquisito la piena indipendenza (autocefalia). Esotica all’apparenza, questa contrada remota della cristianità antica, come avviene per le aree laterali, periferiche e provinciali, tanto ha tardato ad accogliere le innovazioni delle metropoli quanto tenacemente ha conservato sorprendenti arcaismi, che la rendono a noi così straordinariamente interessante e per certi tratti prossima. Per dare solo qualche esempio, la seconda preghiera eucaristica tuttora inserita nel Messale Romano, votata all’unanimità dalla commissione di periti del Consilium ad exequendam constitutionem de sacra liturgia istituita da Papa Paolo vi, è testimoniata nella sua forma più arcaica e autorevole, la cosiddetta Anafora degli apostoli, da una versione etiopica della Traditio apostolica – un tempo attribuita a Ippolito di Roma e datata all’inizio del iii secolo – tradotta da un testo greco in uso in Egitto e poi andato perduto. O ancora, una delle più preziose documentazioni organiche sull’assetto istituzionale delle diocesi egiziane e la storia dei primi secoli della sede episcopale di Alessandria la si può fare ora – dopo la recentissima scoperta di nuovi documenti nel Nord dell’Etiopia – su testi etiopici, che hanno un loro parziale e sorprendente corrispondente in versioni latine di antichità considerevole, conservate in manoscritti della Biblioteca Capitolare di Verona. E altri esempi della piena partecipazione della storia culturale dell’Etiopia storica a quella del mondo Mediterraneo ed Europeo si potrebbero dare. In questo contesto val la pena di spendere qualche parola per commentare la notizia del ritrovamento in Etiopia della "più antica Bibbia illustrata", diffusa nei giorni scorsi da agenzie di stampa e autorevoli quotidiani ("The Daily Telegraph", "The Independent", "The Guardian"), lanciata già in giugno (cfr. per esempio "The Art Newspaper" 214), ripresa da mailinglist e gruppi di discussione, e accolta infine anche nelle pagine culturali di quotidiani italiani. Le periodiche (ri)scoperte in Etiopia di palazzi della regina di Saba, arche dell’Alleanza, tavole della Legge, e tribù perdute di Israele sono talmente frequenti da costituire il repertorio consueto delle riviste di comune divulgazione storico-archeologica. Meno scontata la notizia del reperimento di una antica (la più antica!) Bibbia illustrata. Che cosa c’è di vero, e di nuovo? Nel 1960 lo storico dell’arte Jules Leroy, specialista di manoscritti illustrati cristiano-orientali, pubblicò le prime immagini di un codice, già segnalato da eccentrici viaggiatori qualche anno addietro, conservato presso il monastero di Enda Abba Garimà, presso Adua, nel cuore più antico dell’Etiopia cristiana. L’antichità e l’importanza del codice apparvero subito evidenti, e Leroy prese decisamente posizione dichiarandone senza esitazione il significato storico-culturale, chiaro fin dal titolo del suo contributo: L’Évangéliaire éthiopien du Couvent d’Abba Garima et ses attaches avec l’ancien art chrétien de Syrie. Le illustrazioni del codice avrebbero confermato i forti legami, ipotizzati da tempo, tra cristianesimo etiopico e cristianesimo siriaco estendendone clamorosamente la portata anche alla storia dell’arte. Le pitture sulla pergamena del codice etiopico – questa la più corretta definizione, perché non di miniature si tratta – lungi dal rappresentare figurativamente episodi biblici, consistono di due tipologie iconografiche. La prima comprende gli Evangelisti, rappresentati come figure aureolate, stanti e visti di fronte, o seduti di profilo, in entrambi i casi con un libro, chiuso in braccio con ben in evidenza il segno della croce, o su un leggio. La seconda tipologia comprende la serie di arcate decorative inquadranti la Lettera di Eusebio a Carpiano seguita dai Canoni di Eusebio, testi che frequentemente precedevano il Vangelo nei codici tardo-antichi e medievali. I canoni, cui la Lettera funge da prefazione e la cui invenzione si attribuisce a Eusebio di Cesarea, stabiliscono la concordanza tra i passi paralleli dei Vangeli (sinottici e non) secondo sezioni numerate (le cosiddette "sezioni ammoniane") distribuite su dieci colonne parallele in un numero variabile di pagine secondo le aree linguistico-culturali (canone i: paralleli in Matteo, Marco, Luca e Giovanni; ii, Matteo, Marco e Luca; e così via). La serie si completa con una edicola a tutta pagina rappresentante una "fontana della vita" o un "tempietto", sulla cui interpretazione esatta gli storici dell’arte sono da sempre divisi. Sulla base del numero di pagine dei canoni – dunque senza tenere in nessun modo conto dei dati filologico-testuali – Leroy aveva stabilito le sue affinità siro-etiopiche. Quando nel 1968 ancora Leroy pubblicò nuove illustrazioni dei canoni da un secondo antichissimo manoscritto di Enda Abba Garimà, divenne evidente che la situazione era assai più complessa: i due manoscritti di Enda Abba Garimà contenevano due antichi e distinti Vangeli le cui rispettive serie di canoni ed Evangelisti erano state confuse. Correttamente ricostruiti, il primo manoscritto presentava due pagine della Lettera di Eusebio più otto pagine di Canoni; e il secondo tre pagine della Lettera più sette pagine di Canoni. (Il secondo manoscritto, per la precisione, conteneva un ulteriore Vangelo con canoni chiaramente più recenti). La nuova scoperta, da cui Leroy non trasse affatto le conseguenze necessarie qui esposte, vanifica la conclamata affinità con l’iconografia siriaca dei canoni, che a differenza delle altre tradizioni si sviluppa in un numero molto maggiore di pagine (sono per esempio 19 nel celeberrimo Vangelo di Rabbula nella Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze) e dimostra invece evidente in ultimo la dipendenza della tipologia etiopica da prototipi greci. La seconda serie di canoni presenta un’ulteriore sorpresa. Alla fine della serie e di seguito all’edicola appare uno straordinario unicum, senza paralleli diretti in altre tradizioni: un particolare edificio rettangolare con due cervi ai lati, che è stato variamente riconnesso alla iconografia del "giardino" sasanide o ad altri motivi tardo-antichi. Ma quel che più conta, edicola e secondo edificio potrebbero risalire alla tipologia in assoluto più antica dei canoni stessi, come parrebbe da possibili confronti con paralleli occidentali per esempio con il Vangelo carolingio di Saint-Médard de Soissons (Paris, Bibliothèque Nationale de France, lat. 8850), dove edicola ed edificio quadrangolare paiono fusi in una sola costruzione. Si deve a Donald Davies, un appassionato che per primo fotografò per intero, oltre a molti altri, anche i manoscritti di Enda Abba Garimà, la documentazione su cui è basata la prima descrizione scientifica dei due (in realtà tre) Vangeli di Adua, pubblicata nel 1979 in un catalogo dattiloscritto, purtroppo poco noto e di scarsa diffusione, redatto da William F. Macomber. Sulla documentazione di Davies si sono basati di lì a poco gli studi fondamentali di Rochus Zuurmond sul testo e la tradizione del Nuovo Testamento etiopico, con l’edizione critica prima del Vangelo di Marco nel 1989, poi di Matteo nel 2001, e infine, a cura di Michael G. Wechsler, di Giovanni nel 2005 (manca ancora Luca). Nel frattempo gli storici dell’arte etiopica non hanno mai cessato di interrogarsi a loro volta sui Vangeli di Enda Abba Garimà e di esaminarli quando fosse possibile: ne hanno dato una valutazione e una datazione coincidente, su basi stilistiche Marilyn E. Heldman, nello splendido catalogo (African Zion) di una mostra del 1993 ove i manoscritti furono inclusi senza essere esposti, e soprattutto, più di recente, Jacques Mercier in un contributo del 2000 nei prestigiosi "Comptes rendus de l’Académie des Inscriptions & Belles Lettres", dove per la prima volta figurano i risultati dell’analisi al radiocarbonio 14 di due frammenti pergamenacei prelevati da fogli illustrati del secondo dei due Vangeli, con il risultato di una datazione compresa tra il 430 e il 650 per un foglio contenente la fine della Lettera di Eusebio e il i canone; e tra il 330 e il 540 per l’illustrazione di un Evangelista. Questo dato, già reso noto da dieci anni, è stato rilanciato nelle settimane scorse, come si è detto, e parrebbe non a caso, in coincidenza con la notizia, anch’essa non nuovissima, dell’avvenuto restauro – si badi bene: limitatamente ai soli fogli illustrati! – dei manoscritti di Enda Abba Garimà nell’ambito di una cooperazione tra lo stesso Mercier e un restauratore inglese, Lester Capton. Del restauro, avvenuto in loco nell’autunno del 2008, si dà notizia in dettaglio in Ethiopian Church. Treasures & Faith, bel volume pubblicato nel 2009 a cura della Chiesa Ortodossa Etiopica sotto la direzione di Mercier e Daniel Seifemichael. Come si vede, sono molti i problemi sollevati e le considerazioni suggerite dai Vangeli di Abba Garimà. Prescidendo dal problema della datazione dei reperti al radiocarbonio 14 – su cui si raccoglieranno facilmente opinioni divergenti – resta il fatto che fogli illustrati e fogli contenenti il testo dei Vangeli potrebbero non avere la stessa storia, potrebbero cioè appartenere a unità codicologiche distinte, come dicono gli specialisti. Del resto, elementi filologici, linguistici e paleografici ostano ancora a una datazione certa al più tardi entro il 650 del testo etiopico dei Vangeli di Abba Garimà, che invece non può escludersi per i fogli illustrati, la cui precoce provenienza da aree contermini potrebbe essere ammessa. Lo studio filologico della versione etiopica dei Vangeli, inoltre, ha ribadito quel che era ben noto: e cioè che la Bibbia etiopica riposa su un modello (una Vorlage, come si dice propriamente) greco, di contro alle prime impressionistiche interpretazioni. Detto ciò, i Vangeli di Adua restano i più antichi manoscritti etiopici sinora noti e una straordinaria, non del tutto chiarita, testimonianza della vicenda religiosa e artistica dell’Etiopia, che è significativa tanto per la cultura cristiano-orientale come anche per tutta la cultura cristiana antica. (L’Osservatore Romano – 4 agosto 2010)