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Città ancora luogo del sacro?

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Città ancora luogo del sacro?
Come intendere e come allargare gli spazi del sacro nella città? Questi infatti non vanno limitati alle chiese e ai luoghi di culto della città, ma vanno estesi a tutti i luoghi dove vivono, soffrono, sperano le persone. Infatti, secondo sant’Ireneo, l’uomo vivente dà gloria a Dio prima ancora che lo splendore delle cattedrali. Ogni uomo è tempio vivo dello Spirito Santo (1 Cor 13, 16-17) e, in quanto tale, è titolare di sacralità e di somma dignità. Accanto ai santuari per la devozione dei pellegrini, ci sono i santuari della sofferenza, come gli ospedali, le case di cura, le carceri, nei quali si deve difendere la dignità e la sacralità della persona umana, i santuari domestici dove la famiglia, piccola chiesa, è chiamata a santificarsi e a santificare la comunità ecclesiale e il mondo. Secondo Papa Francesco, bisogna imparare a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro!

Nel Vecchio Continente le chiese diventano officine, teatri, atelier, consigli d’amministrazione, alberghi di lusso. Perdono la loro funzione di luoghi della custodia e della celebrazione del mistero. In molte città, i funerali diventano cerimonie civili nei teatri e nelle piazze; i matrimoni, non necessariamente eterosessuali, si celebrano nelle sale comunali, e, per i più originali, nei boschi o in mare, con il rito particolare di acrobazie subacquee. Le ragioni per cui le chiese chiudono sono varie: scarsità di fedeli, di fondi, cambiamenti nelle abitudini legate alla presenza nelle cerimonie religiose, l’aumento di credi diversi. Nella vecchia Europa il numero dei musulmani è cresciuto al 2010 dal 4 al 6 per cento, proiettandosi secondo il Pew Research Center di Washington verso l’8 per cento, cioè 58 milioni di fedeli islamici entro il 2030. Per tutti i credenti, la chiusura di un centro religioso, spesso al centro di una città, di una piazza, di un paese, è un evento emotivo di forte impatto personale e sociale. Lì la gente ha pregato, gioito, celebrato, pianto. E la demolizione o il riuso del sito provoca un processo di straniamento. Non si tratta solo di fede, ma di anche di conservazione della memoria storica e familiare. 

Nel Nuovo Testamento si è verificato un progressivo spostamento dei luoghi del sacro, dalla loro dimensione cultuale tradizionale (il tempio) a quella privata e domestica della casa. Ciò è particolarmente evidente nel Vangelo di Marco. Il tempio di Gerusalemme, polo liturgico tradizionale di Israele, compare solamente sul termine del racconto evangelico, nel capitolo undicesimo, in immediata prossimità dei giorni e del racconto della Passione. L’evangelista Giovanni è ancora più esplicito. Anzitutto, pone la cacciata dei mercanti dal tempio all’origine della attività pubblica del Cristo e non alla fine. In seguito, nell’incontro con la Samaritana al pozzo di Giacobbe, elimina ogni importanza dello spazio per l’adorazione di Dio. Il fedele non ha dunque bisogno di un luogo, ma solo della intimità di sé stesso, della camera del proprio cuore per raggiungere il suo Dio. Ogni specifica necessità spaziale è radicalmente esclusa.

Il cristiano non ha dunque luoghi di culto, se non la Persona di Cristo. Il sacro, nel suo valore etimologico e antropologicamente determinato, è una categoria che il cristianesimo non conosce: per il cristiano tutto è profano, come tutto, al contempo è santo, ossia santificato, dalla presenza della Verità che, per il credente, è Cristo stesso. Il cristiano riconosce come vero pontefice tra Dio e l’uomo solo Gesù Cristo, per cui, nell’assenza di ogni forma di sacralità naturale, egli vive il profano nella consapevolezza che a permetterne la stessa sussistenza è quella Verità che ne ha presieduto l’origine e che si è fatta carne nelle forme dell’Uomo Cristo Gesù.

La vita delle prime comunità cristiane conforta questa impostazione soprattutto negli Atti degli apostoli a partire dal discorso di Stefano, diacono, che prima di essere lapidato, afferma: «L’Altissimo non abita in costruzioni fatte da mano d’uomo, come dice il profeta: Il cielo è il mio trono e la terra lo sgabello per i miei piedi. Quale casa potrete edificarmi, dice il Signore, o quale sarà il luogo del mio riposo? Non forse la mia mano ha creato tutte queste cose?».
San Paolo stesso trascorse due anni interi a Roma nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, «con tutta franchezza e senza impedimento». «I cristiani – si legge ancora – tenevano le loro riunioni molto discrete in locali che dovevano essere modesti, all’interno di abitazioni private».
A Roma sorge la casa dei coniugi cristiani Prisca e Aquila, che vivono una amicizia intensa con Paolo, ben testimoniata dal corpus epistolare paolino, poi Santa Pudenziana, quindi San Clemente: senza pretendere la verifica di questa constatazione a tutti i casi specifici, è tuttavia altamente probabile che le chiese oggi sede di titolo cardinalizio, fossero all’originetituli, ovvero domus ecclesiae, identificate né più né meno che dall’iscrizione degli ospitali proprietari che aprivano la propria casa all’intera ecclesia.

Nel III secolo, alcune domus ecclesiae, già di proprietà privata, potevano passare per lascito, donazione o acquisto in piena disponibilità della comunità cristiana e altre se ne potevano aggiungere di nuova costruzione di proprietà della comunità. Dunque, prima della realizzazione di edifici esteriormente distinti da altri tipi di monumenti e adeguati al culto cristiano, la sede normale delle riunioni liturgiche fu la casa privata. Le domus ecclesiae erano normali case di abitazione adattate alla meglio per assolvere alla nuova funzione. Dovevano far fronte alle necessità di molti fedeli per il culto, la catechesi, l’assistenza sociale, l’amministrazione; erano acquistate dalla comunità cristiana o ad essa donate dai fedeli benestanti. Le domus ecclesiae ospitavano anche alloggi per il clero e depositi per ammassare cibo e vesti per i poveri. 

Dobbiamo pertanto ricordarci che nella città ci sono tanti altari sui quali si offrono i sacrifici della solitudine, della disperazione, della prova; ci sono tanti santuari della sofferenza dove si consumano giorni di dolore e di abbandono. Oltre che nelle chiese e luoghi di culto, allora, si deve servire a questi altari e visitare questi santuari! Bisogna uscire dai recinti sacri per annunciare il Vangelo di Gesù e testimoniare lo stile delle Beatitudini là dove la gente lavora, fatica, spera, ama.

avvenire.it