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Cinquant’anni dalla morte di Jules Isaac, protagonista del dialogo tra ebrei e cristiani

di Cristiana Dobner

“Amico mio, fai attenzione per noi, abbi fiducia e finisci la tua opera che il mondo attende”, queste brevi commoventi parole le scrisse Laure a suo marito Jules, l’8 ottobre 1943, poco dopo il suo arresto da parte della Gestapo a Clermont-Ferrand mentre stava per essere deportata ad Auschwitz. È l’appello di una donna innamorata che vuole salvo l’uomo della sua vita e si scontra con il biglietto lasciato dai nazisti nella camera d’albergo dove i due coniugi si erano rifugiati: se non si fosse consegnato, moglie e figli (già arrestati) ne avrebbero pagato le conseguenze. Jules, sconvolto, decide di consegnarsi ma ormai è tardi e gli uffici della Gestapo sono chiusi. Ha vinto Laure che intuiva quanto lo storico e ispettore generale del ministero dell’Educazione Jules Isaac avrebbe donato all’umanità e alla Chiesa. Era nato a Rennes nel 1867 da una stirpe di militari, in una famiglia ebraica laicizzata, patriota convinto (“mi consideravo un francese come tutti gli altri”). Sarà proprio il cognome a renderli oggetto di persecuzione, come ebbe a scrivere lo stesso Jules nella dedica del suo libro, Jésus et Israël, diventato una pietra miliare nel dialogo ebraico-cristiano: “A mia moglie, a mia figlia martiri uccise dai nazisti di Hitler semplicemente perché si chiamavano Isaac”.
Da ragazzo Jules aveva stretto amicizia con un compagno di classe allora sconosciuto: Charles Péguy, cui nel 1959 dedicherà la sua autobiografia e con cui sarà sempre legato: “La vita e l’opera di Péguy portano testimonianza di quella solidarietà profonda tra Israele e la Chiesa di Cristo di cui è stato detto che è essenziale alla fede cristiana”; suo professore di filosofia fu Henri Bergson. Per ben quattro anni Isaac combatté durante la Prima guerra mondiale e sperimentò la durezza di trenta mesi trascorsi in trincea, mantenendo il legame con la moglie scrivendole ogni giorno.
Dal suo epistolario con Albert Einstein veniamo a conoscere le sue riflessioni sulla pace e sulla riconciliazione. Dopo la guerra Isaac insegnò e redisse un manuale di storia su cui si chineranno ben quattro generazioni di studenti francesi. Le assurde leggi razziali lo costringeranno a lasciare l’insegnamento, gli faranno sperimentare la povertà e dovrà darsi alla macchia, dapprima ad Aix-en-Provence e poi a Clermont-Ferrand, mentre i nazisti gli distruggono la casa e la biblioteca e le sue opere vengono ritirate e mandate al macero.
È in atto la distruzione di una vita. Per due anni Jules Isaac non conoscerà la sorte dei suoi familiari deportati al campo di sterminio. Solo il figlio Jean-Claude, entrato nella Resistenza, “varcò i Pirenei e raggiunse l’Africa del Nord, dalla quale sarebbe ritornato in veste di ufficiale di un Comando dell’armata di Lattre”. Durante questo triste e duro periodo, l’animo e la mente di Jules Isaac non smettono di interrogarsi sulla Shoah che sta imperversando in Europa e scardina i principi della vita umana, sul rapporto fra Chiesa e Vangelo, sulla Chiesa e popolo ebraico. Legge il Vangelo in greco e una scoperta segue l’altra.
Indignazione, realtà storiche, riflessioni confluiscono in quell’opera, Jésus et Israël, stampata nel 1948, scritta sulla carta della propria vita “compito da portare a termine, missione sacra. Mi ci aggrappai disperatamente, con tutte le mie forze che declinavano, teso all’estremo: una vera corsa contro il mostro, perché malattia e disperazione mi tallonavano”. Nello stesso anno prende vita il primo gruppo di Amitié judéo-chrétienne. Cinquant’anni fa Jules Isaac, “appassionato risvegliatore di coscienze”, come scrisse monsignor de Provenchères, entrava nel grembo di Abramo e poteva sorridere alla moglie che lo aveva salvato, additandogli la grande missione che gli era stata affidata. E che avrebbe portato a termine.

(©L’Osservatore Romano 7 settembre 2013)