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Cinema: ragazzi in viaggio per la speranza

Il sole non è fuori, anche se in Africa o in Italia brilla e scalda. Per Paolo Bianchini è nel cuore dei giovani che si nascondono la bellezza e la luce. Molte delle loro storie non sono felici. Parlano di sofferenza, di sfruttamento, di morte. Nel 1999 una di queste ha avuto una fugace notorietà: due adolescenti della Guinea, Yaguine e Fodè, dopo aver scritto una lettera indirizzata «alle loro Eccellenze i membri e responsabili dell’Europa», si sono nascosti nel vano di un carrello di un aereo diretto a Bruxelles. Vi arrivarono assiderati, l’uno abbracciato all’altro. Qualche riga sui giornali. «Li ho scoperti leggendo un libro – racconta il regista de Il sole dentro, con tra gli altri Angela Finocchiaro, Francesco Salvi e Giobbe Covatta, da domani nelle sale –, c’era soltanto un accenno alla loro stupenda lettera, in cui chiedevano aiuto per studiare e diritti per vivere. Con Paola, mia moglie, che mi ha aiutato a sceneggiare il film, eravamo indignati per questo silenzio. Abbiamo iniziato un’indagine – prosegue Bianchini, che è anche Ambasciatore dell’Unicef – che ci ha portato, attraverso l’aiuto della Comunità di Sant’Egidio, a conoscere l’intera storia di Yaguine e Fodè. Con coraggio Paola Rota e Alveare Cinema con Rai Cinema hanno prodotto il film».
Il viaggio verso l’Europa di Yaguine e Fodè s’intreccia con quello di Rocco e Thabo, due amici giovanissimi, che tornano in Africa.
Sono due bambini, uno italiano e uno africano, vittime del mercato dei bambini calciatori. Di loro avevo conosciuto la storia in prima persona. Mi trovavo nel Congo quando un comandante di un rimorchiatore d’alto mare, ex giocatore di calcio, che aveva una piccola squadra di bambini africani, mi disse di come gli avevano portato via un anno prima uno di questi piccoli giocatori. Si era dissolto nel nulla. Attraverso la Figc e l’Unicef sono entrato in contatto con questo vero e proprio mercato della carne, in cui il mito del calcio come fonte di grandi guadagni diventa il sogno tragico dei popoli poveri.
Non ci sono più schiavi che partono dall’Africa, ma bambini illusi da questo sport e dal miraggio del successo.
Pullulano in Europa scuole clandestine, come quella che vediamo nel film, contro cui non si fa nulla, perché ci sono enormi interessi. La denominazione che viene data di questi avventurieri che si spacciano per procuratori è “scafisti del calcio”. Dei ragazzini, soltanto uno su ventimila ce la fa, gli altri vengono abbandonati. Nella storia i due, dopo essere stati scartati, decidono di fare il viaggio a ritroso. Arriveranno in un campo di calcio dedicato proprio a Yaguine e Fodè.
Il film è la sua personale risposta alla lettera, la sua denuncia di questo immondo mercato legato al mondo del calcio.
L’ho girato per sottolineare la mia indignazione di fronte allo scempio sociale e all’ipocrisia. Ieri mattina, davanti a cinquecento ragazzi delle scuole medie a Poggibonsi, sono stato travolto dal loro entusiasmo. Ho provato la sensazione di quanto fossero assetati di verità, come è accaduto quest’estate a Giffoni. C’è bisogno di cancellare la banalità che è attorno a noi. Da tutte le scuole italiane che hanno proiettato il film stiamo raccogliendo migliaia di lettere degli studenti, con le quali rispondono al posto dei «signori e membri responsabili dell’Europa», che non l’hanno mai fatto. A febbraio le porteremo al Parlamento Europeo e le consegneremo ai parlamentari, che potranno leggere come i ragazzi di oggi chiedano giustizia e l’applicazione dei loro diritti. Spero li ascoltino, questa volta.

 

Luca Pellegrini – avvenire.it