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Cinema / GABRIELE SALVATORES Un’educazione morale

di DONATELLA FERRARIO

Nel suo ultimo film Educazione siberiana, Gabriele Salvatores, premio Oscar con Mediterraneo, racconta una storia di fede e violenza, di amicizia e di crimine.Ma, sotto questa trama, si dipanano grandi interrogativi sulla formazione della coscienza, sul senso ultimo delle cose e sul destino dell’uomo. Ce ne parla in questa intervista.

John Malkovich, che interpreta nonno Kuzja, in una scena del film Educazione siberiana.

John Malkovich, che interpreta nonno Kuzja, in una scena del film Educazione siberiana. (foto C. IANNONE/CATTLEYA).

«I film sono un po’ come miei figli: in questo momento io, che non ho avuto la fortuna di averli, sto cercando di proporre questo adolescente nel mondo, perché venga accettato e compreso al meglio». È Gabriele Salvatores che parla, durante un viaggio in treno, in un’intervista che ha il sapore di uno scambio di opinioni tra conoscenti. L’adolescente è il suo ultimo film, Educazione siberiana, tratto dal libro omonimo di Nicolai Lilin, sceneggiato dallo stesso Salvatores con Stefano Rulli e Sandro Petraglia. «È la prima volta che mi capita di girare un film che non parta da una mia idea: io non conoscevo il libro, i produttori di Cattleya ne avevano comprato i diritti e me l’hanno proposto. Non appena l’ho letto, ciò che mi ha colpito di più è stato il racconto di questo universo, un mondo molto particolare che, per certi versi, mi ha ricordato le tribù degli indiani d’America, o qualsiasi tipo di comunità che, in qualche modo, per motivi culturali, di tradizione, di legami con i cicli della natura, si opponga, se non al progresso, all’omologazione, alla globalizzazione. Questa è stata la prima cosa che mi ha colpito. Poi sono venuti i personaggi, che in Lilin non sono così delineati e andavano più caratterizzati, per ricavarne una vera e propria storia che si potesse raccontare, con un inizio e una fine». Una storia di formazione, di passaggio dall’infanzia all’adolescenza e all’età adulta, all’interno di un mutamento epocale, il crollo del Muro di Berlino e il disfacimento dell’Unione Sovietica.

Gabriele Salvatores

Gabriele Salvatores.

Vi si raccontano le vicende degli Urca siberiani, relegati ai tempi di Stalin in una zona remota dell’Unione Sovietica, nella Moldavia occidentale: un’etnia povera molto religiosa, criminale, in cui vigevano regole ferree di comportamento. In un arco di tempo compreso tra il 1985 e il 1995, lo spettatore segue l’educazione di Kolima da parte del nonno Kuzja, il passaggio da bambino ad adulto, e l’amicizia tra lui e un altro ragazzo, Gagarin, i cui destini prenderanno strade molto differenti. Il film si apre in un esterno, con un branco di lupi che vaga compatto in mezzo alla neve: la scena è concitata, si sente il gelo, si sente la fame del branco. Pochi istanti dopo la scena si fa intima: dentro una casa, alla luce delle candele, nonno Kuzja prega davanti a un altare. Prega la Madonna, «Santa Madre del Santissimo Dio», raffigurata da due icone russe: una tradizionale, l’altra con due pistole. Accanto, un crocefisso e altre figure votive. Ma anche armi, pugnali. E la preghiera è insolita: si chiede protezione e perdono per loro, «onesti criminali», benedizione per le armi e le traiettorie dei proiettili, nella concezione di essere strumenti dell’ira di Dio.

Il regista con l'attore John Malkovich durante le riprese

Il regista con l’attore John Malkovich durante le riprese (foto C. IANNONE/CATTLEYA).

«La picca è come la croce, lei ti accompagna per tutta la nostra vita », dice a Kolima nonno Kuzja. La fede, qui, non è mai disgiunta dalla lotta, dalla giustizia anche con le armi. E, come c’è il sangue, c’è tanto Dio in Educazione siberiana. E tanta morale, paragonabile a certi codici della mafia dell’Ottocento: «Una morale vissuta in una logica diversa da quella concepita dal vivere comune. Una comunità molto credente, molto legata ai santi, che vengono percepiti come giustizieri, come Coloro che portano la giustizia nel mondo, operando una sorta di identificazione di sé stessi con queste figure. Concetti che si ritrovano anche in certa iconografia religiosa occidentale. O, metaforicamente, nella frase di Gesù nel Vangelo di Matteo: “Non sono venuto a portare la pace, ma una spada”.

Questa gente ha un senso della giustizia che trascende le regole e le convenzioni sociali. Per noi è curioso: non siamo abituati a viverla in questi termini, ma è normale in una comunità molto legata ai cicli naturali, e quindi con una dimensione sacra della natura e dei propri simili». Racconta Salvatores: «Io ho avuto una formazione cattolica. La mia famiglia era cattolica. Ho fatto le scuole all’Istituto Leone XIII di Milano, sono stato educato in un ambiente religioso particolare, quello dei gesuiti, persone molto intelligenti e molto colte, ma sicuramente toste (ride). La Compagnia di Gesù un tempo era pur sempre il braccio armato della Chiesa… Crescendo senti altre cose, ti avvicini ad altre teorie, vedi come va la vita: di fronte a ciò che va meno bene, ai lutti familiari, ti formi una tua idea… Non posso dire di essere ateo, direi che sono agnostico, nel senso che non riesco a figurarmi bene che cosa c’è dopo o cosa c’è oltre. Mi piacerebbe molto che se non fosse proprio il Dio così come è rappresentato nell’iconografia cristiana classica, almeno ci fosse il concetto di divino, che possiamo poi essere tutti noi. Che la vita non sia solo materia: (sbuffa) a volte ho paura che sia proprio così, spesso uno è portato a credere che sia così… Sono in attesa di qualche risposta. Certo, pervade il sentimento di essere buttati a caso nella mischia. Ma la vostra rivista ha un nome bellissimo: Jesus», annota il regista. «Gesù è uno dei personaggi che sicuramente amo di più, era uno dei più grandi rivoluzionari e pensatori della storia, e (sorride) se non è Dio, ci va molto vicino, mettiamola così».

Kolima bambino in una scena del film

Kolima bambino in una scena del film (foto C. IANNONE/CATTLEYA).

Salvatores ha, nel suo sorriso, un che di malinconico che si fonde con lo sguardo giovanile: una malinconia, una vena di pessimismo, che si ritrova in tutti i suoi film, un tentativo disatteso di trovare la felicità, che forse non esiste. «Purtroppo sì, ho ormai compiuto sessant’anni da qualche tempo ed effettivamente ti accorgi che la felicità è qualcosa di molto passeggero», dice. «Semmai quello che si tratta di cercare è l’armonia: l’armonia tra me, il mondo e gli altri. E così, in qualche modo, trovare almeno un po’ di pace. Però la felicità mi sfugge sempre. Il senso delle cose che passano, che cambiano, tutto questo mi rende un po’ malinconico e mi coinvolge. D’altro canto (e qui sorride) sono nato il 30 luglio, sono un Leone ma ho un ascendente Cancro molto forte, che mi fa essere lunare…». Forse la felicità non si riesce ad afferrare. Quando c’è non te ne accorgi, e magari te ne ricordi dopo: «Sì, forse c’era un momento felice, ma non sai se te lo stai inventando con gli occhi del poi o se lo era per davvero. Probabilmente definiamo felicità certi istanti che dopo carichiamo di valori. Da questo punto di vista forse siamo troppo superficiali per godere della felicità e accorgerci di lei. Non ci rendiamo conto delle cose che succedono…».

«Comunque», spiega Salvatores, «da parecchi anni viviamo in un mondo in cui si è completamente spostata la logica naturale delle cose. Faccio un solo esempio, che secondo me spiega tutto: una volta il denaro era il mezzo per ottenere dei benefici, dei beni o per soddisfare dei bisogni. Adesso il denaro è diventato un fine, non un mezzo: e questo è già pazzesco, è malato, c’è qualcosa che non va. In più il mercato sposta continuamente i desideri sempre più avanti: i buddhisti e gli induisti definiscono tutto questo maya, cioè illusione, il che la dice lunga… Dunque la felicità è molto difficile da conquistare in un contesto in cui ti fanno desiderare sempre cose che non hai. La responsabilità del mercato e della cultura in questo momento è molto forte ». È un concetto che, nel film, esprime anche nonno Kuzja: «Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare».

Vilius Tumalavicius e Arnas Fedaravicius, i due attori non professionisti che interpretano Gagarin e Kolima in Educazione siberiana

Vilius Tumalavicius e Arnas Fedaravicius, i due attori non professionisti che interpretano Gagarin e Kolima in Educazione siberiana (foto C. IANNONE/CATTLEYA).

Continua il regista: «Non riesco a concepire l’idea di certa Chiesa per cui tutto ciò che stiamo vivendo non è che una valle di lacrime, una situazione transitoria: tra un po’ di anni, in un secondo momento, saremo premiati… Non sono d’accordo: questa è la vita che io sto vivendo, l’unica che mi è data di conoscere per adesso, poi vedremo… Ma io ora voglio poter vivere questa esperienza nel pieno della consapevolezza e, se possibile, provare a essere in pace, se non proprio felice. Vivere almeno in pace con me stesso.

Una scena del film di Gabriele Salvatores Educazione siberiana

Una scena del film di Gabriele Salvatores Educazione siberiana (foto C. IANNONE/CATTLEYA).

Cito una frase, mi pare detta da Saint-Just, un cattivissimo della Rivoluzione francese, che però ha espresso un pensiero profondo: “Si lotta per la felicità, e non per la felicità di tutti, ma per la felicità di ognuno”. È bello questo concetto!». In Educazione siberiana, ma in genere in tutti i film di Gabriele Salvatores, i personaggi, attraverso il suo sguardo, non sono né buoni né cattivi, sono come “gettati” nel mondo: «Sì, penso che la realtà sia così, è molto difficile definire nettamente il buono e il cattivo, il giusto e lo sbagliato: tutti noi esseri umani siamo appunto buttati qui nella mischia, e c’è chi reagisce secondo un proprio codice, secondo delle regole dategli dall’ambiente, c’è chi ha una morale, e c’è chi invece decide spesso in modo istintivo, e che a volte fa male. Credo che in ognuno di noi ci sia una parte buona e una cattiva, sono molto affascinato dal concetto di doppio che, in parte, si ripropone in questo film, che risente anche un po’ di Kipling o di London o Conrad oppure, visto che parliamo di Russia, di Dostoevskij: di fatto il confine tra bene e male è molto sottile, molto particolare…».

Una scena del film di Gabriele Salvatores Educazione siberiana

Un’altra scena del film di Gabriele Salvatores Educazione siberiana (foto C. IANNONE/CATTLEYA).

Però lo sguardo di chi sta dietro la macchina da presa è di tipo etico. «Non c’è un atteggiamento di “giudizio”: è una parola che non mi piace, che non mi appartiene: sembra voler sottintendere una qualche superiorità nei confronti di qualcuno. Mi piace pensare invece alla pietas, almeno così come la intendevano i latini, come condivisione della vita con gli altri esseri umani, come comprensione, in senso etimologico».

C’è una bellissima scena nel film – in sottofondo una canzone di David Bowie – in cui i protagonisti, già adulti, si divertono su una giostra colorata, in mezzo al grigiore delle case e al bianco della neve. È una parentesi commovente in cui, per poco, tutti ritornano bambini: e si percepisce la nostalgia dello stesso Salvatores per l’infanzia, come fosse un’oasi. Ma i bambini sono innocenti? Lui ride. E poi dice: «Questo è un tema importante, molto profondo, varrebbe un’intera trattazione. No, non credo che necessariamente i bambini siano innocenti. Anzi, a volte noi li consideriamo innocenti e loro non lo sono per niente. Parlando in termini più scientifici, il cervello umano si sviluppa nei primi otto anni, le possibilità di apprendimento nei primi tre anni sono praticamente al massimo rispetto a quelle che avrai dopo… C’è una forza vitale impressionante, una grande energia: se un bambino cade non si fa male, pare di gomma… In particolare, tutto questo, nell’adolescenza, o meglio nel passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, viene profondamente messo in crisi, viene messo a dura prova: in quel periodo dentro di noi c’è un “superpotere” che non sappiamo bene come gestire. I bambini, ma anche gli adolescenti e i giovani, per certi versi, sono profondamente controllabili, puoi iniettargli di tutto, per incanalare la loro energia o per governarla… Quindi da una parte fanno paura, perché sfuggono a qualsiasi regola; dall’altra sono soggetti facilmente manipolabili, proprio perché disponibili ad assorbire come le spugne. Chi ti guida e ti indica una strada – il genitore, l’insegnante, il pastore – è fondamentale. Ma può essere molto pericoloso, molto dannoso. È un momento della vita che trovo particolarmente affascinante. Infatti ci tornerò nel mio prossimo film, con un protagonista adolescente».

Donatella Ferrario – jesus marzo 2013