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Cinema e fede. L’avventura del credere

Vale la pena soffermarsi su alcuni film di questi ultimi anni per vedere in quanti e quali modi il cinema possa diventare una risorsa nel comunicare la fede e anche per scoprire come ci narrino la fede questi documenti del nostro tempo.

Il cinema si confronta con la fede fin dai suoi albori. Proprio per questo le riflessioni sul rapporto tra quest’arte moderna e la spiritualità cristiana guardano talvolta all’indietro, soffermandosi su alcuni nomi mitici: Dreyer, Bergman, Pasolini, Tarkovskij, Kies´lowski e pochi altri. Opere straordinarie, che ogni epoca può riscoprire, anche se ormai lontane dal modo di fare esperienza della fede nell’oggi e soprattutto di comunicarla.

Andrea Toniolo.
Una scena del film Alla luce del sole, che racconta la storia di don Pino Puglisi.

Ma la relazione tra cinema e fede non si è mai interrotta. E non c’è anno in cui non si arricchisca di qualche nuovo capitolo più o meno cinematograficamente riuscito, più o meno capace di suscitare un’eco diffusa e soprattutto più o meno serio. Perché, certo, si tratta talvolta di un rimando pretestuoso, fatto per provocare scandalo più che per capire e rappresentare questa dimensione del vivere cristiano, e prima ancora umano. Ma non è sempre così. Spesso ci si trova di fronte a tentativi sinceri di rappresentare modi di vivere capaci di andare oltre la superficie delle cose e di avventurarsi nell’incontro con l’Altro. Racconti pieni di rispetto, qualche volta di umano stupore o di nostalgia.

Fino ad arrivare, in più di un caso, alla gioia di chi vuol comunicare l’incontro con Cristo. Vale allora forse la pena, accogliendo l’invito a «riscoprire il cammino della fede» di Benedetto XVI, di tornare a soffermarsi su alcuni film di questi ultimi anni, per vedere in quanti e quali modi il cinema possa diventare una risorsa nel comunicare l’avventura del credere.Maanche per scoprire come ci narrino la fede questi documenti del nostro tempo. E infine per mettere a fuoco il contributo che le comunità cristiane possono dare nel riconoscere e promuovere questi racconti della fede.

Esperienze di fede raccontate dal cinema
Diciamo subito che, nel rappresentare il religioso in generale, un film ha a disposizione due strade: l’esplicito e l’implicito. E il cinema della fede offre esempi straordinari dell’una come dell’altra via. Declinandoli poi in tanti modi diversi, che prenderemo in considerazione in questo e nei prossimi due articoli. Una prima strada è quella del cinema che racconta una testimonianza di fede. Storie vere che acquistano – grazie alle immagini cinematografiche – una forza d’impatto e una capacità di diffondersi difficile da raggiungere per le parole, almeno nelle nostre società. Potremmo parlare di un cinema che dà un volto alla fede. Pensate a Uomini di Dio (di Xavier Beauvois, 2010). Film capace di fare memoria della passione e morte di una comunità di monaci trappisti dell’Atlante, vittima della violenza fondamentalista che negli anni ’90 ha imprigionato l’Algeria. Film capace di far condividere il cammino di fede di questi cristiani, fatto di paura e di abbandono a Dio, di fragilità umana e di forza nella preghiera, di desiderio di scappare e di docilità alla propria vocazione. Una meditazione potente sulla fede capace di coinvolgere molti, con un successo alimentato dai riconoscimenti artistici (Gran premio della giuria al festival di Cannes 2010) ma soprattutto dallo spontaneo passaparola di noi spettatori che uscivamo dalle sale interiormente “costretti” a parlare del film. Spinti, dalla forza di un’esperienza emotivamente coinvolgente, a rivivere la nostra (povera) esperienza cristiana alla luce della testimonianza di Frère Christian e dei suoi compagni.


L’attore Lambert Wilson nel film Uomini di Dio.

Un discorso simile si può fare a partire da un esempio italiano: Alla luce del sole (di Roberto Faenza, 2005). Film capace di ridare voce alla storia cristiana di don Pino Puglisi, senza lasciare che si perda nel rumore di fondo delle troppe atroci vicende del nostro Paese. Capace di tornare a raccontare la sua eredità di sacerdote immerso nella vita di Palermo e guidato dalla fede a farsi carico di coloro che gli erano stati affidati: fino alla morte per mano mafiosa. Anche in questo caso il film ha possibilità che le parole non sempre possono avere. Perché può mettere in scena i piccoli gesti di tutti i giorni senza perdere in capacità di coinvolgimento. Senza smettere di spingerci al confronto emozionato tra quella storia e il nostro percorso di fede, tra quella normalità coraggiosa e la nostra normalità qualche volta pigra. Indimenticabile da questo punto di vista la sequenza della messa celebrata fuori dalle mura della chiesa, su di un sagrato deserto, con la voce di don Puglisi che riempie la piazza, penetra nelle case dei mafiosi e li costringe infastiditi a far rumore, pur di non sentire la parola della fede. La prima strada seguita dal cinema è dunque quella della trasposizione di una storia vera. Ed è interessante notare come, in questo caso, i film più efficaci siano proprio quelli in cui il mezzo cinematografico e il linguaggio audiovisivo si semplificano, puntando a fare soltanto da tramite. È questo che permette a Uomini di Dio di diventare, secondo le parole di Frère Jean- Pierre, uno dei monaci sopravvissuti, una “icona”, capace di «dire molto di più di quanto si vede». La macchina da presa si mette al servizio dei protagonisti, nutrendosi delle loro parole e dei ricordi degli amici, dando autentico spessore di testimonianza a questo tipo di cinema.

Visione di fede aperta al dialogo
Ma di quale visione sono tramite opere di questo tipo, quale esperienza della fede ci raccontano? Possono evidentemente esserci delle diversità, dal momento che questi film dipendono dalle storie vere di cui sono veicolo e dalle sensibilità anche molto diverse dei loro protagonisti. Emergono, però, alcuni tratti comuni, che sono forse in grado di dirci qualcosa di significativo sulla percezione della fede oggi. E più ancora sul bisogno di fede dell’uomo moderno.

1 In primo luogo, emerge l’attenzione agli uomini: attenzione quotidiana, discreta, capace di prevenire i bisogni dell’altro perché si pone dal suo punto di vista, per quanto lontano egli sia. Ed ecco allora la scena commovente in cui il monacomedico di Uomini di Dio cura autenticamente i suoi pazienti, intuendo con uno sguardo i loro bisogni inespressi: un paio di scarpe che non siano completamente sfondate o un giocattolo che ridia il sorriso a un bambino. Oppure ecco il don Puglisi di Alla luce del sole che conquista i suoi studenti, rompendo letteralmente le scatole e facendo proprio l’idealismo un po’ iconoclasta degli adolescenti di tutti i tempi: è la scena della lezione di religione che non a caso vive oggi una seconda vita nei circuiti dei social media.

2 Accanto a questa attenzione, c’è poi la capacità di partecipare alla vita degli altri, senza paura di mescolarsi a loro, senza il bisogno di sentirsi separati in virtù della propria fede, senza il timore di perderla scendendo in quelle che Papa Francesco chiama «le periferie». Ed ecco allora emblematicamente la scelta di don Puglisi di giocare al pallone insieme ai bambini, senza preoccuparsi della propria autorevolezza di sacerdote.Ola partecipazione dei fratelli di Tibhirine alle feste, ai riti sociali e alle stesse preghiere dei loro vicini (che non sono cristiani) senza temere di mettere a rischio il loro essere monaci.

3 Un terzo aspetto che emerge con forza è l’incanto per la bellezza del mondo vissuta come nutrimento della stessa fede. Uomini di Dio è un film pieno di panoramiche attraverso cui gli occhi oranti dei protagonisti (e i nostri con i loro) si riempiono della maestosità delle montagne dell’Atlante, dei suoi alberi e dei suoi fiumi. Nel caso di Alla luce del sole la bellezza della natura, nel ritiro che precede il convulso finale, fa da controcanto al degrado della città dell’uomo rovinata dall’avidità e da simbolo di quel desiderio di pace che s’intravvede evangelicamente nella trasfigurazione.


Luca Zingaretti nel film Alla luce del sole di Roberto Faenza.

Questo cinema ci racconta dunque una fede capace di vivere pienamente nel mondo. Con tutti i dubbi ANSA / JI Ogni comunità eredita un patrimonio prezioso fatto innanzitutto di storie personali. Luca Zingaretti nel film Alla luce del sole di Roberto Faenza. L’avventura del credere 36 – VITA PASTORALE N. 9/2013 e le paure dell’uomo, perché i suoi protagonisti non sono super-uomini e non affrontano a cuor leggero la morte. Anzi, la paura mette a dura prova la loro fede, portandola fin quasi alla rottura. Rottura che non c’è, perché il testimone della fede riesce davvero a vivere nel mondo senza essere del mondo. Cerca di amare senza cedere all’altro e alle sue pretese. Prova a tenere testa al mondo, in nome dei propri convincimenti e della propria coscienza di fede. In Uomini di Dio i monaci stringono la mano a tutti (anche ai terroristi) ma non cedono alle richieste di nessuno, nemmeno a quelle delle forze dello Stato. E come ricordavamo prima, Alla luce del sole porta in scena il coraggio di don Puglisi di predicare fuori dalla chiesa, in una piazza desolatamente vuota. E si potrebbero moltiplicare gli esempi, da questi e da altri film.

Dunque, quella che emerge da questo cinema è una rappresentazione della fede complessa, diversificata, ma raccolta attorno ad alcune esigenze che ci parlano dei bisogni che il mondo contemporaneo ha di fronte alla fede, anche quando non sa di averli. Una fede forte, ma piena di misericordiosa partecipazione. Capace di vivere fino in fondo il suo segreto: la preghiera. Quella preghiera che in Uomini di Dio possiamo quasi liturgicamente recitare insieme ai protagonisti.

Ruolo delle comunità cristiane
Un’ultima osservazione sul ruolo che le comunità cristiane possono svolgere nel valorizzare le storie vere. E non soltanto programmando questi film. Si tratta di un cinema che si nutre spesso (ed è un segno dei tempi) di testimonianze di fede spinte fino al sacrificio della vita. Ma non necessariamente è così. Da questo punto di vista, vale forse la pena di ricordare che ogni comunità eredita un patrimonio prezioso fatto innanzitutto di storie personali. Una memoria che rischia di essere dispersa e che andrebbe invece amorosamente raccolta. E soprattutto raccontata. Facendo propria una lezione che ci viene dalla Scrittura, straordinario intreccio di storie, raccolta di testimonianze di fede vissute da uomini in carne e ossa, con un “nome e cognome”. Persone, volti riconoscibili in dialogo con l’Altro.

 

Alberto Bourlot – vita pastorale ottobre 2013